Capitolo 28 · Parte 06

Perché la Russia teme lo spazio vuoto?

Pianure, profondità strategica, accesso ai mari e memoria delle invasioni.

Le grandi pianure, la distanza, l’accesso marittimo e la memoria di invasioni passate aiutano a capire la cultura strategica russa, senza trasformare la geografia in una giustificazione delle scelte politiche.

13 min di letturaLeggere il mondo di oggi
Un’immensa pianura esposta, con poche vie di accesso e lontane memorie di invasioni passate.

Se partissi da Berlino e guidassi verso est, attraverseresti confini politici, lingue e storie diverse, ma per lunghi tratti non incontreresti la barriera naturale che in Europa occidentale siamo abituati ad associare alla sicurezza: nessuna catena montuosa paragonabile alle Alpi a chiudere la strada. Dalla Germania settentrionale attraverso la Polonia, la Bielorussia e verso la Russia europea si estende una grande fascia di pianure. Non è perfettamente piatta, naturalmente, e fiumi, paludi e foreste hanno spesso avuto enorme importanza militare. Ma rispetto a molte altre regioni del pianeta, il cuore politico russo non è protetto a ovest da una muraglia naturale evidente.

Su una carta questa caratteristica sembra quasi banale. Nella memoria storica russa, invece, si sovrappone a una sequenza di invasioni e guerre che hanno lasciato cicatrici profonde: l’avanzata napoleonica fino a Mosca nel 1812, l’invasione tedesca durante la Prima guerra mondiale, e soprattutto l’Operazione Barbarossa del 1941, quando la Germania nazista e i suoi alleati attaccarono l’Unione Sovietica lungo un fronte immenso. La Seconda guerra mondiale costò all’URSS decine di milioni di vite tra militari e civili. È difficile sopravvalutare quanto quel trauma abbia influenzato la cultura strategica sovietica e, in parte, quella russa successiva.

Da qui nasce una spiegazione geopolitica seducente: la Russia sarebbe condannata dalla pianura a cercare sempre più territorio e stati cuscinetto, perché soltanto la distanza può proteggerla. C’è del vero in questa intuizione, ma se la trasformiamo in una legge della natura smettiamo di capire e iniziamo a giustificare. La geografia può spiegare perché alcuni leader russi attribuiscano grande valore alla profondità strategica. Non spiega da sola perché scelgano una certa politica, né rende inevitabile l’invasione di un vicino. I paesi che si trovano tra Russia e Europa occidentale non sono spazi vuoti su una carta; sono società con proprie memorie, interessi e diritto a decidere il proprio futuro. Ed è proprio quando due percezioni di sicurezza si sovrappongono sullo stesso territorio che la geopolitica diventa più pericolosa.

Quando la distanza diventa un’arma

Napoleone entrò in Russia nel 1812 con una forza enorme, composta non soltanto da francesi ma da contingenti provenienti da numerosi territori dell’Europa napoleonica. La campagna è spesso riassunta in una frase: «Napoleone fu sconfitto dall’inverno russo». L’inverno contribuì alla catastrofe finale, ma la storia è molto più interessante. La Grande Armée cominciò a consumarsi ben prima delle nevicate più celebri. Le distanze erano enormi, le strade difficili, uomini e cavalli avevano bisogno di quantità gigantesche di cibo e foraggio; malattie, diserzioni, combattimenti e problemi di approvvigionamento ridussero continuamente la forza. I russi evitarono per molto tempo la battaglia decisiva che Napoleone desiderava, ritirandosi verso l’interno e privandolo di un rapido successo politico.

Quando i francesi arrivarono a Mosca dopo la sanguinosa battaglia di Borodino, non ottennero ciò che Napoleone si aspettava: lo zar Alessandro I non chiese la pace. Gran parte di Mosca bruciò e l’esercito francese rimase in una città incapace di offrirgli il risultato strategico necessario. La ritirata trasformò una campagna già in difficoltà in un disastro. Il freddo, la fame, gli attacchi russi e il collasso logistico completarono la distruzione. La lezione non è che la Russia sia inconquistabile. La storia contiene occupazioni, sconfitte e territori persi. La lezione è che lo spazio può cambiare il rapporto tra attaccante e difensore. Ogni cento chilometri percorsi da un esercito sono cento chilometri in più lungo cui devono viaggiare viveri, munizioni, rinforzi e informazioni. Un difensore che può arretrare senza perdere immediatamente la capacità di combattere dispone di qualcosa che un piccolo stato non possiede: profondità.

Lo stesso meccanismo apparve in forma ancora più terribile nel 1941. L’attacco tedesco all’Unione Sovietica ottenne inizialmente avanzate impressionanti, catturò enormi quantità di territorio e inflisse perdite spaventose. Ma l’URSS riuscì a spostare parte dell’industria verso est, mobilitare nuove forze e continuare a combattere. Le distanze, il clima e la logistica contribuirono alle difficoltà tedesche, ma anche qui sarebbe sbagliato attribuire la sconfitta alla neve. Contarono la resistenza sovietica, l’enorme capacità di mobilitazione, le decisioni operative tedesche, la produzione industriale, gli aiuti alleati e molti altri fattori. La geografia impose costi; furono sistemi politici e militari a trasformarli in esiti storici.

L’impero che cresce per sentirsi meno esposto

La Russia moderna nacque attorno a un nucleo relativamente piccolo e nel corso dei secoli si espanse in direzioni straordinarie: verso il Baltico, il Mar Nero, il Caucaso, l’Asia centrale, la Siberia fino al Pacifico. Sarebbe semplicistico descrivere tutto questo come una pura ricerca di sicurezza. Come per gli altri imperi, entrarono in gioco risorse, commercio, prestigio, opportunità dinastiche, competizione con rivali e il desiderio del potere centrale di controllare popolazioni e territori. Ma sicurezza ed espansione finirono spesso per rinforzarsi a vicenda in un modo paradossale. Se temi una frontiera vulnerabile, puoi provare a spostarla più lontano. Una volta conquistato un nuovo territorio, però, possiedi una frontiera ancora più lunga da proteggere. Per renderla sicura puoi cercare un altro cuscinetto, e il processo ricomincia. È una logica che non appartiene soltanto alla Russia: molti imperi hanno scoperto che la ricerca di una frontiera «definitivamente sicura» può diventare un obiettivo senza fine. Il problema è che il territorio che per te è un cuscinetto per qualcun altro è casa.

Dopo la Seconda guerra mondiale, l’Unione Sovietica costruì un sistema di stati alleati e regimi comunisti nell’Europa orientale. Dal punto di vista di Mosca, la presenza di governi amici tra il confine sovietico e la Germania poteva essere letta attraverso il trauma del 1941. Dal punto di vista di molti polacchi, cechi, ungheresi, baltici e altri popoli della regione, significò invece dominio sovietico, limitazione della sovranità e, in diversi casi, repressione militare di tentativi di autonomia politica. La stessa fascia geografica poteva quindi essere descritta da una parte come «profondità strategica» e dall’altra come perdita di libertà. È uno dei motivi per cui le mappe di sicurezza diventano rapidamente mappe morali e politiche.

Con il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, Mosca perse non soltanto un impero ideologico nell’Europa orientale ma quattordici repubbliche sovietiche che divennero stati indipendenti oltre alla Federazione Russa. Per molti russi fu uno sconvolgimento economico e identitario enorme. Per molti cittadini delle repubbliche indipendenti fu invece il recupero o la costruzione di una sovranità nazionale. Di nuovo, la stessa trasformazione produceva memorie opposte.

NATO, vicini e il problema delle due paure

Dopo la Guerra fredda, diversi paesi dell’Europa centrale e orientale chiesero di entrare nella NATO. Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria aderirono nel 1999; nel 2004 entrarono altri sette stati, comprese Estonia, Lettonia e Lituania, che erano state repubbliche sovietiche. Negli anni successivi l’Alleanza continuò ad allargarsi. Dopo l’invasione russa su larga scala dell’Ucraina del 2022, Finlandia e Svezia abbandonarono decenni di non allineamento militare e divennero membri rispettivamente nel 2023 e nel 2024, portando la NATO a trentadue membri.

Dal punto di vista dei governi russi, soprattutto sotto Vladimir Putin, l’espansione della NATO è stata presentata per anni come una minaccia crescente e come prova che l’Occidente non rispettava gli interessi di sicurezza di Mosca. Questa percezione è reale e va presa sul serio se vogliamo capire le scelte russe. Ma è soltanto metà della storia. Polacchi, baltici e altri stati dell’Europa orientale non entrarono nell’Alleanza perché qualcuno li spostò come pedine sulla mappa: cercarono attivamente garanzie occidentali anche perché la loro esperienza storica del potere russo e sovietico li rendeva timorosi di essere lasciati nuovamente in una zona grigia. La misura che un lato interpreta come difensiva può quindi essere percepita dall’altro come minacciosa, che a sua volta prende contromisure percepite come minacciose dal primo. Gli studiosi chiamano spesso questo meccanismo dilemma della sicurezza.

Ma neppure questa formula deve diventare un alibi che cancella la responsabilità politica. Nel 2014 la Russia annesse la Crimea, atto ampiamente considerato illegale dalla comunità internazionale, e la guerra iniziò nel Donbas. Il 24 febbraio 2022 la Federazione Russa lanciò un’invasione su larga scala dell’Ucraina, violando secondo le Nazioni Unite la Carta dell’ONU e la sovranità territoriale ucraina. Nel 2026 quella guerra continua a provocare morti, feriti e distruzione. Il governo russo ha offerto negli anni varie giustificazioni e obiettivi, compresi argomenti di sicurezza legati alla NATO; l’Ucraina e la maggioranza degli stati all’Assemblea Generale dell’ONU hanno respinto l’idea che tali argomenti legittimino l’invasione.

Qui la nostra regola fondamentale diventa indispensabile. La pianura dell’Europa orientale esiste davvero. La memoria delle invasioni esiste davvero. L’espansione della NATO esiste davvero. Esistono però anche la sovranità degli stati vicini, la loro memoria del dominio russo, l’ideologia, la politica interna, le ambizioni dei leader e scelte che avrebbero potuto essere diverse. Dire «la Russia ha invaso perché non ha montagne» non è geopolitica: è una caricatura.

L’Ucraina non è uno spazio tra due potenze

La parola buffer, cuscinetto, è comoda per chi disegna mappe strategiche e pericolosa per chi ci vive dentro. L’Ucraina ne è l’esempio più evidente. Il suo territorio si trova tra Russia, Europa centrale e Mar Nero, ma ridurlo a una fascia che dovrebbe separare Mosca dalla NATO significa cancellare la sua storia politica e la capacità dei suoi cittadini di scegliere. Nel 1991, quando l’Unione Sovietica si dissolse, l’indipendenza ucraina fu approvata con una larghissima maggioranza in un referendum nazionale, inclusa una maggioranza in tutte le regioni amministrative del paese. Negli anni successivi la politica ucraina fu spesso divisa e contraddittoria, con rapporti profondi sia verso la Russia sia verso l’Europa; non seguì una linea inevitabile verso un solo blocco.

Questo rende la crisi iniziata nel 2014 particolarmente istruttiva. Le proteste di Maidan, la fuga del presidente Viktor Yanukovych, l’annessione russa della Crimea e la guerra nel Donbas furono interpretate in modi radicalmente diversi dai vari attori. Mosca descrisse il cambiamento politico a Kyiv come una minaccia e un colpo di stato sostenuto dall’Occidente; molti ucraini lo considerarono invece la caduta di un governo che aveva perso legittimità dopo aver represso le proteste e abbandonato un percorso di associazione con l’Unione Europea. Qualunque sia l’interpretazione della crisi politica interna, l’annessione della Crimea non fu riconosciuta dalla grande maggioranza degli stati, e le Nazioni Unite riaffermarono l’integrità territoriale dell’Ucraina.

Nel 2022 la guerra cambiò scala con l’invasione russa su più fronti. Se la geografia fosse davvero destino, potremmo fermarci a dire che una grande potenza cercava profondità strategica. Ma proprio la guerra mostra il limite di quella spiegazione. L’attacco ha spinto Finlandia e Svezia a entrare nella NATO, ampliando l’Alleanza e aggiungendo un lungo confine diretto tra NATO e Russia attraverso la Finlandia. Una politica pensata, tra le altre cose, in nome della sicurezza può quindi produrre effetti opposti a quelli dichiarati. Questo succede perché gli altri attori reagiscono. La geopolitica non è scacchi giocati da una sola mano.

Il mito del “porto caldo” e la vera questione dell’accesso

Un’altra frase ricorrente sostiene che la Russia abbia sempre cercato un «porto in acque calde». Anche qui c’è un’intuizione utile nascosta dentro una semplificazione. La Russia possiede e ha posseduto porti importanti in mari diversi; Murmansk, per esempio, beneficia dell’influenza delle correnti dell’Atlantico settentrionale e rimane operativo anche a latitudini molto elevate. Vladivostok dà accesso al Pacifico. San Pietroburgo collega il paese al Baltico. Il problema strategico non è semplicemente trovare un porto che non ghiacci. Conta dove quel porto conduce. Dal Mar Nero, le navi devono attraversare Bosforo e Dardanelli, stretti controllati dalla Turchia e regolati dalla Convenzione di Montreux. Dal Baltico, l’accesso all’Atlantico passa attraverso stretti circondati da paesi europei e NATO. Nel Pacifico, basi e rotte si inseriscono in una regione dominata da potenze marittime come Stati Uniti e Giappone. La geografia russa offre coste immense, ma non sempre accessi liberi e diretti agli oceani aperti.

Questo aiuta a capire l’importanza storica attribuita alla Crimea e a Sebastopoli, sede della Flotta del Mar Nero. Non spiega né giustifica l’annessione del 2014, ma chiarisce perché quella penisola abbia un valore strategico che supera enormemente la sua superficie. È lo stesso principio che avevamo incontrato con Gibilterra e Suez: a volte un luogo vale per ciò a cui permette di accedere.

Un paese europeo e asiatico allo stesso tempo

Guardare soltanto verso ovest distorce però la geografia russa. La maggior parte della popolazione vive nella parte europea del paese, ma la maggior parte del territorio si estende oltre gli Urali attraverso la Siberia fino al Pacifico. Qui si trovano enormi risorse energetiche e minerarie che hanno sostenuto l’economia russa e il suo peso internazionale. Petrolio e gas non sono soltanto merci da esportare: richiedono oleodotti, gasdotti, ferrovie, porti e contratti che legano regioni lontane a mercati specifici. Per decenni una parte importante del gas russo diretto in Europa ha viaggiato attraverso condotte che attraversavano Ucraina, Bielorussia, Mar Baltico e Mar Nero in configurazioni diverse. Ogni percorso incorporava insieme ingegneria e politica.

Dopo il deterioramento dei rapporti con l’Occidente e soprattutto dopo il 2022, Mosca ha cercato di orientare una quota maggiore dei propri scambi energetici verso l’Asia. Ma girare una freccia sulla mappa è molto più facile che girare un gasdotto. I giacimenti, le condotte e gli impianti costruiti per servire un mercato non possono sempre essere convertiti rapidamente a un altro. Nuove infrastrutture verso la Cina richiedono anni e investimenti, e il compratore alternativo acquisisce a sua volta potere negoziale. È un perfetto esempio del principio incontrato nel capitolo precedente: possedere una risorsa non significa possedere automaticamente tutte le possibilità di venderla.

La Siberia mostra anche il doppio volto della distanza. Offre profondità, risorse e spazio per infrastrutture industriali lontane dalle frontiere occidentali; allo stesso tempo richiede costi immensi per trasporto e manutenzione. Molte città esistono perché lo stato e l’economia hanno costruito collegamenti in ambienti climaticamente difficili. La Russia è potente in parte perché è enorme e deve spendere enormi energie proprio perché è enorme. Le due affermazioni non si contraddicono.

Lo spazio è anche un costo per chi lo possiede

C’è infine un’altra faccia della vastità russa che spesso dimentichiamo. Essere il paese territorialmente più esteso del mondo significa possedere risorse immense, profondità strategica e una grande varietà di ambienti. Significa anche mantenere infrastrutture su distanze gigantesche, collegare regioni remote, difendere confini lunghissimi e amministrare un territorio distribuito su undici fusi orari. Lo spazio che protegge può anche isolare. La ferrovia Transiberiana, costruita tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento e poi continuamente modernizzata, è un monumento a questo problema. Collegare Mosca con l’Estremo Oriente non era semplicemente un progetto di trasporto; era un modo per rendere governabile e difendibile una parte enorme dell’impero. Ancora oggi ferrovie, oleodotti, gasdotti, strade e porti sono strumenti con cui la Russia trasforma distanza in potere economico. Ma ogni infrastruttura crea anche un nodo che deve essere mantenuto e protetto.

Ecco perché il titolo di questo capitolo parla di «spazio vuoto», non perché quelle terre siano davvero vuote, ma perché la strategia russa ha spesso temuto ciò che non controlla immediatamente oltre la propria frontiera. È una paura che nasce da esperienze storiche reali e viene poi filtrata da ideologie e decisioni politiche. Se la trattiamo come destino, smettiamo di vedere gli altri attori. Se la ignoriamo del tutto, non capiamo una parte importante del modo in cui Mosca interpreta il mondo. Nel prossimo capitolo attraverseremo l’Eurasia e troveremo una potenza con un problema quasi opposto. La Cina possiede un enorme retroterra continentale, ma la sua crescita economica contemporanea l’ha resa sempre più dipendente dal mare: dalle rotte che portano energia e materie prime alle sue coste e da quelle che esportano prodotti verso il resto del pianeta. E davanti a quelle coste si trova un’isola che concentra storia, identità, potere militare e una parte cruciale della tecnologia mondiale. La pianura ci ha insegnato perché una potenza può temere ciò che ha davanti. Il mare ci mostrerà perché un’altra potenza teme che qualcuno possa chiuderle la porta.