Capitolo 22 · Parte 05

Perché la pace fallisce?

Crisi economica, revisionismo e Seconda guerra mondiale.

Versailles, crisi economica, fascismo, nazismo e imperialismo giapponese si combinano in un nuovo conflitto globale che sposta il centro del potere dall’Europa verso Stati Uniti e Unione Sovietica.

12 min di letturaLa mappa moderna prende forma
Un tavolo della pace incrinato conduce verso crisi economica, militarizzazione e un nuovo conflitto.

Nel 1929, in alcune fotografie delle grandi città occidentali, il futuro sembra già arrivato. Automobili, cinema, radio, grattacieli, pubblicità luminose. Dopo la carneficina della Prima guerra mondiale, gli anni Venti hanno riportato in alcune società consumi, musica, nuove libertà e una sensazione di modernità. Se avessi osservato soltanto certe strade di New York, Parigi o Berlino, avresti potuto convincerti che il mondo avesse imparato la lezione. Poi la finanza americana crollò, la crisi attraversò l’Atlantico, la disoccupazione esplose e milioni di persone scoprirono quanto fragile potesse essere il sistema economico internazionale. Ma anche qui dobbiamo resistere alla tentazione della favola semplice: «arrivò la Grande Depressione, quindi arrivò Hitler». Molti paesi subirono crisi terribili senza diventare dittature naziste. La depressione cambiò le condizioni della politica; furono poi persone, partiti e istituzioni a reagire in modi diversi.

Per capire perché la pace degli anni Venti e Trenta fallì bisogna tenere insieme almeno quattro storie: un ordine internazionale incompleto, crisi economiche profonde, ideologie autoritarie e revisioniste, e la convinzione crescente di alcune potenze che la forza potesse cambiare le regole senza incontrare una risposta abbastanza forte.

Hitler non «vince semplicemente un’elezione»

Adolf Hitler e il Partito nazista sono un ottimo esempio di quanto sia pericoloso comprimere la storia in una frase. Talvolta si sente dire che «i tedeschi elessero Hitler». È vero che il partito nazista ottenne un enorme sostegno elettorale e divenne la più grande forza del Reichstag, ma Hitler non conquistò mai da solo una maggioranza assoluta dei voti in una libera elezione nazionale. Fu nominato cancelliere nel gennaio 1933 dal presidente Paul von Hindenburg in un contesto di crisi politica, manovre delle élite conservatrici e calcolo sbagliato di chi pensava di poterlo controllare.

Dopo la nomina, il regime distrusse rapidamente gli spazi democratici. L’incendio del Reichstag fu usato per sospendere libertà fondamentali; oppositori politici vennero arrestati; la legge dei pieni poteri permise al governo di legiferare senza il parlamento; sindacati e partiti furono eliminati. Una democrazia fragile non si trasformò in dittatura in un solo istante, ma con una sequenza di passi che rendevano il successivo più facile. Al centro del nazismo non c’era soltanto il desiderio di «rivedere Versailles». C’erano un’ideologia razzista radicale, antisemitismo, anticomunismo e il progetto di conquistare Lebensraum, spazio vitale, soprattutto verso est. Ridurre la Seconda guerra mondiale a una reazione tedesca alle riparazioni significa ignorare la componente ideologica che avrebbe portato alla persecuzione, alla guerra di annientamento e all’Olocausto.

In Italia Benito Mussolini era al potere dal 1922. Il fascismo aveva costruito una dittatura, represso oppositori e promosso un nazionalismo aggressivo che culminò anche nella conquista dell’Etiopia nel 1935-1936. L’aggressione mise in luce la debolezza della Società delle Nazioni: furono imposte sanzioni, ma non abbastanza efficaci da fermare la guerra. Il messaggio percepito da molte potenze revisioniste era pericoloso: le regole internazionali esistevano, ma la loro applicazione dipendeva dalla volontà dei governi di rischiare davvero per difenderle. In Asia, il Giappone aveva occupato la Manciuria nel 1931 e nel 1937 la guerra con la Cina divenne un conflitto su vasta scala. L’imperialismo giapponese aveva motivazioni proprie: risorse, sicurezza, prestigio, ideologia e dominio regionale. La Seconda guerra mondiale non comincia quindi in ogni parte del mondo nello stesso giorno. Per milioni di cinesi, la grande guerra era già realtà prima del settembre 1939 europeo.

Questa prospettiva globale ci impedisce di trattare il conflitto come una storia puramente tedesca con comparse altrove. Nel 1941, con l’invasione tedesca dell’Unione Sovietica e l’attacco giapponese a Pearl Harbor, teatri diversi si saldano in una guerra veramente planetaria.

Appeasement: vigliaccheria o scelta tragica?

La parola appeasement è diventata quasi un insulto politico. Viene associata soprattutto all’accordo di Monaco del 1938, quando Gran Bretagna e Francia accettarono che la Germania annettesse i Sudeti, regioni della Cecoslovacchia con una numerosa popolazione germanofona, nel tentativo di evitare una nuova guerra europea. Hitler occupò poi il resto delle terre ceche nel marzo 1939, dimostrando che le sue ambizioni non si limitavano a riunire popolazioni tedesche. Con il senno di poi è facile considerare Monaco una resa assurda. Per chi decideva nel 1938, però, il ricordo della Prima guerra mondiale era recentissimo. Le società europee avevano perso una generazione, le forze armate britanniche e francesi avevano dubbi sulla propria preparazione, e molti elettori volevano disperatamente evitare un altro massacro. Questo non rende l’appeasement «giusto». Ci aiuta a capire perché governi razionali possano prendere decisioni che, viste dopo, sembrano incomprensibili.

La geopolitica è piena di questo problema: devi decidere prima di sapere come finirà la storia. Se reagisci troppo presto rischi di provocare la guerra che vuoi evitare; se aspetti troppo, puoi rendere più forte chi la sta preparando.

Nell’agosto 1939 Germania nazista e Unione Sovietica firmarono il patto Molotov-Ribbentrop, formalmente un accordo di non aggressione accompagnato da protocolli segreti che dividevano sfere d’influenza nell’Europa orientale. Pochi giorni dopo, il 1° settembre, la Germania invase la Polonia. Gran Bretagna e Francia dichiararono guerra. Il 17 settembre anche l’Unione Sovietica invase la Polonia da est. Il patto sorprende perché nazismo e comunismo sovietico erano nemici ideologici dichiarati. Ma gli stati possono cooperare temporaneamente anche quando si odiano, se ritengono che l’accordo serva ai propri interessi immediati. Hitler riduceva il rischio di combattere subito su due fronti; Stalin guadagnava tempo e ampliava la propria zona di controllo. Due anni dopo Hitler avrebbe rotto il patto invadendo l’Unione Sovietica. È una delle lezioni più importanti per leggere le alleanze: non sempre raccontano amicizie. A volte raccontano semplicemente coincidenze temporanee di interesse.

La Seconda guerra mondiale fu una guerra di eserciti, industrie e imperi, ma fu anche una guerra contro civili su una scala terrificante. Bombardamenti strategici distrussero città. Occupazioni e rappresaglie produssero massacri. In Europa il regime nazista e i suoi collaboratori perseguitarono sistematicamente e assassinarono circa sei milioni di ebrei nell’Olocausto, insieme a milioni di altre vittime di persecuzioni, lavoro forzato e politiche di annientamento. Sul fronte orientale la guerra contro l’Unione Sovietica fu concepita dai nazisti come conflitto ideologico e razziale, non come una guerra convenzionale qualsiasi. Questo non è un dettaglio morale da aggiungere dopo aver raccontato carri armati e confini. Cambia la natura stessa del conflitto e spiega parte dell’ordine costruito dopo il 1945: il linguaggio dei diritti umani, i processi per crimini di guerra, la Convenzione sul genocidio e il tentativo di creare istituzioni internazionali più forti nascono anche dalla consapevolezza di ciò che uno stato moderno può fare quando usa burocrazia, tecnologia e potere per perseguitare sistematicamente intere categorie di persone.

Due potenze emergono dalle rovine

Nel 1945 gran parte dell’Europa e dell’Asia era devastata. La Germania era sconfitta e occupata. Il Giappone capitolò dopo una lunga guerra nel Pacifico, i bombardamenti convenzionali e le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, mentre l’Unione Sovietica entrava in guerra contro il Giappone nell’agosto 1945. L’uso dell’arma nucleare aprì un’epoca completamente nuova: per la prima volta la tecnologia dava agli esseri umani la possibilità di distruggere città intere con una singola bomba e, presto, di minacciare una distruzione su scala molto più grande. Le vecchie potenze europee erano vincitrici o sconfitte, ma tutte erano indebolite. Gli Stati Uniti uscivano dal conflitto con un’enorme capacità industriale, finanziaria e militare. L’Unione Sovietica aveva subito perdite umane e materiali spaventose, ma l’Armata Rossa occupava gran parte dell’Europa orientale ed era diventata una superpotenza militare. Il centro del sistema internazionale si spostava.

Qui c’è un paradosso. Dopo la Prima guerra mondiale, i vincitori avevano provato a costruire un ordine nuovo e non erano riusciti a impedire un’altra catastrofe. Nel 1945 avrebbero provato di nuovo, ma questa volta con istituzioni diverse, una presenza americana molto più profonda e una consapevolezza precisa: economia, sicurezza e politica internazionale non potevano essere trattate come compartimenti separati. ONU, Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, GATT, Piano Marshall, NATO: molti nomi che oggi sembrano parte dello sfondo stanno per nascere nel giro di pochi anni. Non perché improvvisamente il mondo sia diventato altruista, ma perché le potenze vincitrici vogliono costruire un sistema che protegga interessi, favorisca ricostruzione e riduca il rischio di ripetere gli errori precedenti.

Quando milioni di persone perdono lavoro e risparmi, non cambia soltanto il reddito. Cambia la fiducia nel sistema. Partiti che fino a poco prima apparivano estremi possono presentarsi come gli unici disposti a «fare qualcosa», mentre governi parlamentari sembrano bloccati da crisi e coalizioni fragili. In Germania, la disoccupazione di massa e il collasso della fiducia nelle istituzioni di Weimar offrono ai nazisti un terreno molto più favorevole. Ma il loro successo dipende anche da propaganda, organizzazione, violenza politica, antisemitismo già presente nella società, paura del comunismo e scelte delle élite conservatrici. In altri paesi colpiti dalla depressione, istituzioni democratiche resistono o si trasformano senza diventare naziste. La crisi economica è quindi un moltiplicatore. Può rendere più probabile una svolta autoritaria senza decidere quale svolta avverrà.

L’Olocausto non inizia con le camere a gas

Quando Hitler diventa cancelliere nel 1933, la persecuzione degli ebrei procede per fasi: esclusione da impieghi e professioni, boicottaggi, leggi razziali, violenza pubblica, confisca, deportazione. Le Leggi di Norimberga del 1935 privano gli ebrei tedeschi di diritti fondamentali; la Kristallnacht del 1938 segna un’escalation aperta di violenza. Durante la guerra, con l’occupazione di enormi territori dell’Europa orientale, il regime nazista radicalizza la persecuzione fino allo sterminio sistematico. Fucilazioni di massa da parte degli Einsatzgruppen, ghetti, deportazioni e centri di sterminio fanno parte di un processo organizzato da apparati statali e sostenuto da collaboratori in diversi paesi.

Capire le fasi è importante perché impedisce di immaginare che una società passi da normalità a genocidio in una notte. Prima arrivano linguaggio, esclusione, classificazione e disumanizzazione. Poi il potere trova sempre più strumenti per trasformare quelle categorie in violenza. Nel Pacifico la geografia è quasi l’opposto del fronte europeo. Non una lunga linea di trincee tra paesi confinanti, ma oceani vastissimi, arcipelaghi e basi sparse. Il Giappone cerca di costruire un sistema imperiale capace di assicurarsi risorse e profondità strategica in Asia orientale e sud-orientale. L’attacco a Pearl Harbor del dicembre 1941 mira a colpire la flotta statunitense del Pacifico e guadagnare tempo per consolidare conquiste.

Gli Stati Uniti rispondono con una guerra logistica colossale: portaerei, sommergibili, convogli, basi e una strategia di avanzata da isola a isola. Alcune piccole isole diventano obiettivi per il semplice fatto che ospitano aeroporti o porti utili. Ancora una volta un punto può valere molto più di ciò che contiene. La guerra termina dopo bombardamenti devastanti, l’entrata sovietica nel conflitto contro il Giappone e l’uso americano delle bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki. Gli storici discutono ancora il peso relativo di questi fattori nella decisione giapponese di arrendersi e le alternative disponibili agli Stati Uniti. Un buon racconto storico non deve fingere che una controversia complessa abbia una risposta indiscussa.

Il 1945 produce un tabù e una tentazione

Le armi nucleari sono contemporaneamente un’innovazione militare e una frattura morale. Gli Stati Uniti restano l’unica potenza nucleare per pochi anni; l’Unione Sovietica testa la propria bomba nel 1949. Da quel momento la tecnologia che ha contribuito a terminare la guerra del Pacifico diventa la tecnologia che rende una nuova guerra tra superpotenze potenzialmente suicida. Il paradosso del dopoguerra nasce qui: gli stati costruiranno arsenali sempre più distruttivi proprio per cercare di non usarli. E mentre il mondo cerca di impedire un nuovo conflitto globale, deve anche decidere cosa fare con criminali di guerra, profughi, città distrutte, colonie e una Germania e un Giappone da ricostruire. Il 1945 non è un finale. È un cantiere.

Quando conosci già il 1939, è difficile guardare agli anni Venti senza vedere una strada che porta inevitabilmente a Hitler. Ma per chi viveva allora il futuro non era scritto. La Germania di Weimar era fragile, ma aveva partiti, elezioni, cultura urbana e momenti di ripresa. Gli accordi di Locarno del 1925 e l’ingresso tedesco nella Società delle Nazioni nel 1926 sembravano indicare una possibile normalizzazione. Le riparazioni vennero ristrutturate con piani internazionali, e nel 1932 furono di fatto sospese. Questa possibilità rende ancora più importante capire il crollo. Il trattato di Versailles alimentò risentimento e offrì ai radicali un simbolo potentissimo, ma non trasformò automaticamente milioni di persone in nazisti. La Grande Depressione, iniziata dopo il crollo finanziario del 1929, colpì duramente la Germania, provocando disoccupazione di massa e delegittimando partiti democratici già indeboliti. I nazisti seppero convertire paura, anticomunismo, antisemitismo, ultranazionalismo e promessa di ordine in consenso politico. Nel gennaio 1933 Hitler venne nominato cancelliere da un sistema di élite conservatrici che credevano di poterlo controllare. Fu un errore catastrofico.

Ma il conflitto mondiale era già in corso in Asia

Una narrazione esclusivamente europea rischia di far cominciare la Seconda guerra mondiale nel 1939 e dimenticare che in Asia la guerra su larga scala era già esplosa. Il Giappone aveva occupato la Manciuria nel 1931 e nel 1937 iniziò una guerra totale contro la Cina, accompagnata da atrocità come il massacro di Nanchino. L’espansione giapponese cercava sicurezza, risorse e predominio regionale ed era sostenuta da un sistema politico sempre più militarizzato. Le sanzioni e l’embargo petrolifero statunitense aumentarono la pressione sul Giappone, che dipendeva fortemente dalle importazioni energetiche. Nel dicembre 1941 l’attacco a Pearl Harbor portò gli Stati Uniti direttamente nella guerra; quasi contemporaneamente il Giappone attaccò possedimenti britannici, olandesi e americani in Asia-Pacifico. Il conflitto europeo e quello asiatico divennero pienamente un’unica guerra globale.

Nessun racconto del secondo conflitto mondiale è accettabile se tratta l’Olocausto come una nota laterale. Il regime nazista perseguitò gli Ebrei fin dall’inizio, privandoli progressivamente di diritti e proprietà; durante la guerra la persecuzione si trasformò in assassinio sistematico. Sei milioni di Ebrei furono uccisi dai nazisti e dai loro collaboratori. Milioni di altre vittime — Rom e Sinti, persone con disabilità, prigionieri di guerra sovietici, oppositori politici, civili polacchi e sovietici, persone perseguitate per orientamento sessuale e altri gruppi — subirono uccisioni, deportazioni e repressione. La guerra a est fu concepita dal nazismo anche come guerra razziale e coloniale. Questo è essenziale per capire perché la violenza raggiunse una scala estrema. Non fu una conseguenza accidentale della guerra convenzionale: ideologia e obiettivi militari erano intrecciati.

Nel 1945 nessuno voleva semplicemente ricostruire il 1919

Quando Germania e Giappone furono sconfitti, il bilancio umano e materiale era spaventoso. Città distrutte, decine di milioni di morti, profughi, genocidio, bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, economie devastate. Ma il nuovo ordine sarebbe stato diverso da quello del 1919 per una ragione semplice: gli Stati Uniti non si ritirarono dalla politica europea come dopo la Prima guerra mondiale, e l’Unione Sovietica occupava gran parte dell’Europa orientale. Il problema non era soltanto “fare la pace”, ma progettare un sistema economico e di sicurezza che evitasse sia una nuova depressione sia una nuova guerra fra grandi potenze. Da questa urgenza nacquero istituzioni che usiamo ancora: Nazioni Unite, Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, un nuovo sistema commerciale e, poco dopo, NATO e integrazione europea. Il mondo moderno è pieno di strutture costruite da persone che avevano appena visto cosa succede quando l’ordine internazionale crolla.