Capitolo 29 · Parte 06

Perché la Cina vuole il mare — e perché Taiwan conta così tanto?

Industria, rotte, semiconduttori e Indo-Pacifico.

La Cina industriale dipende da porti, energia e rotte marittime. Malacca, Mar Cinese Meridionale e Taiwan mostrano come geografia fisica e tecnologia si siano ormai fuse.

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Una costa industriale e una piccola isola tecnologica al largo sono collegate da commercio e produzione.

Se avessi guardato la Cina dal punto di vista di un imperatore della dinastia Qing, il mare avrebbe avuto un significato molto diverso da quello che ha oggi. Il cuore della potenza cinese era continentale: grandi pianure agricole, fiumi, città interne, frontiere verso le steppe e una burocrazia costruita per governare un territorio enorme. Il commercio marittimo esisteva ed era importante, naturalmente, e secoli prima le flotte di Zheng He avevano raggiunto l’Oceano Indiano. Ma la sopravvivenza dello stato non dipendeva da portacontainer che attraversavano Malacca né da petroliere provenienti dal Golfo Persico.

La Cina contemporanea è un animale diverso. Le riforme economiche avviate dalla fine degli anni Settanta hanno trasformato le province costiere in una delle più grandi concentrazioni industriali della storia. Shenzhen, che all’inizio di quel processo era una città relativamente piccola vicino a Hong Kong, è diventata una metropoli tecnologica; il delta del Fiume delle Perle, Shanghai e il delta dello Yangtze si sono riempiti di porti, fabbriche, autostrade e distretti produttivi. Una quantità enorme dell’energia e delle materie prime di cui questa macchina industriale ha bisogno arriva via mare, e una parte importante dei prodotti che la Cina vende al mondo riparte dagli stessi porti. Più il paese diventava ricco grazie alla connessione con l’economia globale, più diventava sensibile alla sicurezza delle rotte che rendono possibile quella ricchezza.

È un paradosso che ormai dovresti riconoscere. Una connessione crea opportunità e contemporaneamente una vulnerabilità. Per secoli molte potenze europee cercarono accesso al mare perché il mare offriva commercio e impero; la Cina del XXI secolo deve imparare a proteggere un’economia che è già profondamente marittima. E proprio davanti alle sue coste incontra una geografia complicata: penisole, arcipelaghi, alleati degli Stati Uniti, mari contesi e, al centro di tutto, Taiwan.

La costa che ha cambiato l’economia cinese

Quando Deng Xiaoping e altri dirigenti cinesi iniziarono ad aprire gradualmente parti dell’economia dopo la morte di Mao, non liberalizzarono tutto il paese in una volta sola. Alcune delle prime Zone Economiche Speciali furono create lungo la costa meridionale, in luoghi come Shenzhen, Zhuhai, Shantou e Xiamen. La posizione non era casuale: erano vicine a Hong Kong, Macao, Taiwan e alle reti commerciali dell’Asia orientale. Investimenti, tecnologia e produzione per l’esportazione potevano entrare attraverso quei punti e collegare la Cina ai mercati mondiali. Il successo fu così grande da modificare non soltanto l’economia, ma la geografia della popolazione e del potere. Centinaia di milioni di persone si spostarono dalle campagne verso città e distretti industriali. Porti come Shanghai, Ningbo-Zhoushan e Shenzhen diventarono nodi di scala mondiale. La Cina costruì autostrade, linee ferroviarie ad alta velocità, centrali elettriche e una capacità manifatturiera che oggi spazia dai prodotti a basso costo a settori tecnologicamente sofisticati. L’ingresso nell’Organizzazione Mondiale del Commercio nel 2001 accelerò ulteriormente l’integrazione con i mercati internazionali.

La conseguenza strategica è semplice da formulare ma enorme nelle implicazioni. Una Cina più ricca poteva finanziare forze armate molto più moderne; allo stesso tempo, una Cina più integrata dipendeva maggiormente da flussi che attraversavano acque che Pechino non controllava. Una parte importante del petrolio importato dalla Cina arriva dal Medio Oriente e dall’Africa via Oceano Indiano. Molte navi dirette ai porti cinesi attraversano lo Stretto di Malacca, un corridoio tra la penisola malese e l’isola indonesiana di Sumatra. Esistono rotte alternative, ma sono spesso più lunghe o meno convenienti. Ancora una volta, «c’è un’altra strada» non significa «la prima strada non conta».

Per questo la Cina ha investito in porti, oleodotti e collegamenti terrestri, nella Belt and Road Initiative e soprattutto in una marina molto più grande e capace di operare lontano dalle coste rispetto a quella di qualche decennio fa. È sbagliato ridurre tutte queste iniziative a un unico piano segreto di dominio mondiale: progetti diversi rispondono a interessi commerciali, diplomatici e strategici differenti e hanno prodotto risultati molto vari. Ma nel loro insieme raccontano una trasformazione evidente. Una grande potenza continentale è diventata anche una grande potenza marittima perché la sua economia le ha dato sia i mezzi sia il motivo per farlo.

Il mare come memoria di una vulnerabilità

Per capire perché il controllo delle coste e l’accesso marittimo abbiano un peso simbolico così forte nella politica cinese bisogna tornare all’Ottocento, quando l’impero Qing scoprì quanto fosse cambiato il rapporto di forza con le potenze industriali europee. Nelle guerre dell’oppio la superiorità navale e tecnologica britannica contribuì a imporre alla Cina sconfitte e trattati che aprirono porti, concessero privilegi agli stranieri e cedettero Hong Kong alla Gran Bretagna. Nei decenni successivi altre potenze ottennero concessioni e sfere d’influenza. La guerra contro il Giappone del 1894-1895 fu un altro shock: il Giappone, che si era modernizzato rapidamente durante l’era Meiji, sconfisse la Cina e ottenne tra l’altro Taiwan.

Nella memoria politica della Repubblica Popolare questi eventi fanno parte del cosiddetto «secolo di umiliazione», una narrazione che collega interferenza straniera, debolezza dello stato e perdita di sovranità. Come tutte le memorie nazionali, seleziona e organizza episodi complessi per costruire una storia condivisa; ma sarebbe un errore trattarla come semplice propaganda senza effetti reali. Aiuta a spiegare perché i dirigenti cinesi presentino il recupero della potenza nazionale, il controllo delle coste e l’opposizione a interferenze straniere come parti dello stesso progetto storico.

Questa memoria incontra la geografia contemporanea. Dal Mar Giallo fino al Mar Cinese Meridionale, la costa cinese guarda verso arcipelaghi e stati legati in misura diversa agli Stati Uniti. Strategisti parlano spesso di una «prima catena di isole» che va grossomodo dal Giappone attraverso Taiwan fino alle Filippine. Non è un muro fisico, naturalmente, ma rende evidente il problema: una marina cinese che voglia operare liberamente nel Pacifico occidentale deve muoversi attraverso o accanto a stretti e territori dove possono operare forze di altri paesi. La crescita della marina dell’Esercito Popolare di Liberazione, delle capacità missilistiche e delle basi cinesi può essere letta anche come tentativo di cambiare questo equilibrio. Dall’altra parte, Stati Uniti e partner regionali interpretano parte di questa crescita come una ragione per rafforzare le proprie capacità. La spirale della sicurezza che abbiamo visto in Europa ritorna sull’acqua.

Un mare piccolo sulla carta, enorme nella politica

Il Mar Cinese Meridionale appare quasi chiuso tra Cina, Vietnam, Filippine, Malesia, Brunei e Indonesia. Attraverso la regione passano rotte commerciali fondamentali e vi sono risorse ittiche e potenziali giacimenti energetici. Le rivendicazioni territoriali e marittime si sovrappongono, e negli ultimi decenni la Cina ha costruito strutture e installazioni su diversi scogli e isole contesi, trasformando anche alcuni bassifondi attraverso grandi opere di bonifica. Pechino rivendica diritti molto estesi nell’area e presenta la propria posizione come radicata nella storia e nella sovranità cinese. Altri stati costieri contestano tali pretese sulla base delle proprie zone economiche esclusive e del diritto del mare. Nel 2016 un tribunale arbitrale istituito secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, in un procedimento avviato dalle Filippine, concluse tra l’altro che non esisteva una base giuridica per rivendicare diritti storici alle risorse all’interno della cosiddetta linea a nove tratti oltre i limiti consentiti dalla Convenzione. La Cina non aveva partecipato al procedimento e respinse il lodo, dichiarandolo nullo e privo di effetto.

Non serve diventare esperti di diritto marittimo per cogliere il punto geopolitico. In mare una linea non è soltanto una linea. Stabilire chi può pescare, trivellare, pattugliare o costruire significa trasformare l’acqua in spazio politico. E poiché nella regione operano anche gli Stati Uniti e i loro alleati, ogni incidente tra navi o aerei può assumere una dimensione molto più grande della disputa locale da cui nasce. Qui torna un concetto visto parlando degli Stati Uniti: le alleanze cambiano il significato della geografia. Giappone, Corea del Sud e Filippine hanno trattati di sicurezza con Washington; gli Stati Uniti mantengono una forte presenza militare nel Pacifico occidentale. Dal punto di vista cinese, una catena di isole e paesi legati agli Stati Uniti può essere percepita come un ostacolo all’accesso libero verso il Pacifico. Dal punto di vista di molti governi regionali, la presenza americana è invece un contrappeso alla crescente potenza cinese. Ancora una volta, la misura che un attore chiama «deterrenza» è ciò che un altro può chiamare «accerchiamento».

Taiwan non è importante perché produce chip. Ma i chip contano.

È arrivato il momento di affrontare l’isola che concentra quasi tutte queste tensioni. La storia di Taiwan è molto più complessa della formula «Cina contro Taiwan». L’isola era abitata da popolazioni indigene austronesiane molto prima delle grandi migrazioni di popolazione Han dalla costa cinese. Nel Seicento vi furono presenze coloniali olandesi e spagnole; successivamente il regno di Zheng e poi la dinastia Qing estesero il controllo su parti sempre più ampie dell’isola. Nel 1895, dopo la sconfitta cinese nella prima guerra sino-giapponese, l’impero Qing cedette Taiwan al Giappone, che la governò per cinquant’anni.

Alla fine della Seconda guerra mondiale l’amministrazione dell’isola passò alla Repubblica di Cina. Nel 1949, dopo la vittoria comunista nella guerra civile cinese, Mao Zedong proclamò a Pechino la Repubblica Popolare Cinese mentre il governo nazionalista del Kuomintang guidato da Chiang Kai-shek si ritirò a Taiwan. Da quel momento esistono due realtà politiche separate sulle due sponde dello stretto. La Repubblica Popolare Cinese non ha mai amministrato Taiwan, ma considera l’isola parte della Cina e la riunificazione un obiettivo nazionale fondamentale. Taiwan è oggi governata da istituzioni proprie e, dopo decenni di regime autoritario e legge marziale, è diventata una democrazia competitiva con elezioni dirette.

Questa storia spiega perché le parole utilizzate siano così sensibili. Pechino sostiene il principio di «una sola Cina» e propone la riunificazione, preferibilmente pacifica, senza rinunciare all’uso della forza in determinate circostanze. Le autorità taiwanesi contemporanee sostengono che la Repubblica di Cina (Taiwan) sia una democrazia sovrana e dichiarano di voler mantenere lo status quo e la pace nello stretto. Gli Stati Uniti non hanno relazioni diplomatiche ufficiali con Taiwan e riconoscono diplomaticamente la Repubblica Popolare Cinese; seguono però una propria one China policy, distinta nella formulazione dal one-China principle di Pechino, mantengono relazioni non ufficiali con Taipei attraverso l’American Institute in Taiwan e, in base al Taiwan Relations Act, forniscono mezzi perché Taiwan possa mantenere una capacità di autodifesa sufficiente. Questa ambiguità è deliberata: per decenni ha cercato di scoraggiare contemporaneamente un cambiamento dello status quo con la forza e passi unilaterali che potessero innescare una crisi.

Poi ci sono i semiconduttori. Taiwan ospita una delle concentrazioni industriali più importanti del pianeta nella produzione di chip, e TSMC è diventata essenziale soprattutto per la fabbricazione conto terzi dei processori più avanzati progettati da aziende di molti paesi. Questo ha portato alla popolare idea dello «scudo di silicio»: la dipendenza mondiale dai chip taiwanesi renderebbe l’isola troppo importante per essere attaccata. È una metafora utile, ma non una garanzia. Una guerra potrebbe distruggere proprio le fabbriche che si vorrebbero controllare, interrompere elettricità, acqua ultrapura, forniture chimiche e accesso a macchinari stranieri. La capacità taiwanese ha valore perché è inserita in una rete globale: litografia europea, materiali e attrezzature giapponesi, software e progettazione americana, competenze taiwanesi e clienti in tutto il mondo. Non è un tesoro che basta occupare e continuare a usare come prima.

Una democrazia costruita in poche generazioni

L’immagine di Taiwan come semplice residuo della guerra civile cinese nasconde inoltre la trasformazione interna dell’isola. Per decenni il Kuomintang governò in regime di legge marziale; l’episodio noto come «Terrore Bianco» comprese repressione, arresti ed esecuzioni di oppositori reali o presunti. La legge marziale fu revocata nel 1987 e negli anni successivi il sistema politico si aprì rapidamente. Nel 1996 i cittadini elessero direttamente il presidente per la prima volta. Da allora il potere è passato più volte tra partiti rivali attraverso elezioni competitive. Questa evoluzione ha modificato l’identità politica di molti abitanti. Generazioni nate e cresciute a Taiwan hanno costruito un senso di appartenenza che non coincide semplicemente con le categorie del 1949. All’interno dell’isola esistono posizioni diverse sul rapporto con la Cina, sull’identità taiwanese e sulla formulazione costituzionale dello stato, e sarebbe sbagliato trattare ventitré milioni di persone come se avessero una sola opinione. Ma una cosa è difficile da ignorare: qualsiasi soluzione duratura deve fare i conti non soltanto con vecchi documenti diplomatici, ma con una società democratica che considera la propria voce politicamente rilevante.

Anche questo spiega perché lo status quo sia così ambiguo e, allo stesso tempo, così resistente. Pechino non accetta l’idea di una separazione permanente e considera la riunificazione un obiettivo storico. Molti taiwanesi vogliono preservare il sistema in cui vivono senza provocare una guerra. Gli Stati Uniti cercano di deterrere l’uso della forza senza offrire una formula che risolva definitivamente la sovranità. Ogni attore preferisce una versione diversa del futuro, ma il costo potenziale di forzare immediatamente quel futuro è enorme. È una stabilità costruita non sull’accordo, bensì sulla paura delle conseguenze del disaccordo.

Lo stretto largo abbastanza per separare due sistemi, stretto abbastanza per una crisi globale

Tra la costa cinese e Taiwan ci sono nel punto più stretto poco più di un centinaio di chilometri. Sembra una distanza modesta in un’epoca di missili e aerei, ma attraversarla con una forza militare abbastanza grande da conquistare e mantenere un’isola popolosa sarebbe una delle operazioni più complesse immaginabili. Servirebbero superiorità aerea e navale, enormi capacità logistiche, porti o spiagge utilizzabili e la capacità di mantenere rifornimenti sotto attacco. Questo non rende un conflitto impossibile; spiega perché deterrenza, blocchi, coercizione economica, esercitazioni militari e pressione politica siano parte così importante della competizione attorno all’isola.

Per il resto del mondo, una crisi avrebbe effetti che andrebbero molto oltre Taiwan. Lo stretto e i mari circostanti sono attraversati da rotte commerciali cruciali. Giappone e Corea del Sud dipendono fortemente dal commercio marittimo e dall’energia importata; gli Stati Uniti hanno alleanze e basi nella regione; la Cina stessa dipende dalla stabilità dei flussi che alimentano le sue fabbriche. Una guerra che nascesse dal desiderio di migliorare la propria posizione strategica potrebbe quindi distruggere proprio le reti economiche che hanno reso tutti gli attori più ricchi. È questo che rende il caso Taiwan così emblematico del nostro libro. Nessuna singola spiegazione basta. Se guardi soltanto alla storia cinese, perdi l’evoluzione politica di Taiwan. Se guardi soltanto al diritto, perdi la realtà militare. Se guardi soltanto ai chip, trasformi ventitré milioni di persone in una fabbrica. Se guardi soltanto alla geografia, dimentichi che le alleanze e la tecnologia hanno cambiato ciò che quella geografia significa.

E la Cina, proprio come la Russia del capitolo precedente e gli Stati Uniti prima ancora, non è prigioniera di una legge naturale. La sua crescita navale, le rivendicazioni nel Mar Cinese Meridionale e la pressione su Taiwan sono scelte strategiche effettuate dentro un ambiente di vincoli reali. Altri attori rispondono con proprie scelte, e quelle risposte modificano a loro volta il calcolo di Pechino. La geopolitica è raramente un giocatore contro il terreno; è molti giocatori che osservano lo stesso terreno, immaginano ciò che potrebbero fare gli altri e cercano di evitare il futuro che temono di più.

Nel capitolo finale porteremo questa idea ancora più lontano. Perché mentre continuiamo a discutere di mari, montagne e isole, una parte crescente del potere mondiale sembra vivere in luoghi che non vediamo: cavi sul fondo degli oceani, data center, orbite satellitari, fabbriche di semiconduttori, reti elettriche e giacimenti di minerali critici. Potrebbe sembrare che la tecnologia stia finalmente liberando l’umanità dalla geografia. La domanda è se sia davvero così — o se abbiamo semplicemente costruito una nuova geografia sopra quella vecchia.