Capitolo 25 · Parte 05
Chi ha disegnato i paesi di oggi?
Decolonizzazione, confini ereditati e nuovi stati.
La fine degli imperi coloniali produce gran parte della mappa attuale. India, Africa, Medio Oriente e movimento dei non allineati mostrano quanto sia difficile costruire stati nuovi su territori e istituzioni ereditati.

Nel 1945, quando nasce l’Organizzazione delle Nazioni Unite, circa 750 milioni di persone — quasi un terzo della popolazione mondiale di allora — vivono ancora in territori non autonomi dipendenti da potenze coloniali. Se guardassi una carta politica di quel momento, vedresti enormi aree dell’Africa e dell’Asia collegate amministrativamente a capitali europee lontane migliaia di chilometri. Vent’anni dopo, la carta sarebbe quasi irriconoscibile. La parola che usiamo per questo processo è decolonizzazione, ma può trarre in inganno perché suona come qualcosa che semplicemente «succede» agli imperi: un giorno possiedono colonie, poi decidono di lasciarle andare. In realtà, l’indipendenza fu quasi ovunque il risultato di pressioni, movimenti nazionalisti, guerre, negoziati, crisi economiche, cambiamenti dell’opinione pubblica e nuove condizioni internazionali. Alcuni passaggi furono relativamente pacifici, altri sanguinosissimi. E soprattutto l’indipendenza non risolse automaticamente il problema più difficile: come trasformare un territorio coloniale in uno stato che funzioni e che i suoi abitanti riconoscano come proprio? La mappa di oggi nasce in buona parte in questi decenni.
India: una libertà accompagnata da una frontiera nuova
L’India britannica era il centro di uno dei più importanti imperi coloniali del mondo. Il movimento per l’indipendenza aveva molte anime, ma la figura più conosciuta è Mohandas Gandhi, che trasformò la nonviolenza e la disobbedienza civile in strumenti politici di massa. Accanto a lui, Jawaharlal Nehru, il Congresso Nazionale Indiano, Muhammad Ali Jinnah e la Lega Musulmana rappresentavano visioni diverse del futuro. Quando il dominio britannico termina nel 1947, non nasce un unico stato. Nascono India e Pakistan, quest’ultimo composto inizialmente da due territori separati da oltre un migliaio di chilometri di territorio indiano: Pakistan occidentale e Pakistan orientale. La divisione — la Partition — cerca di rispondere alle tensioni tra progetti politici e comunità religiose, ma una linea sulla carta non può separare ordinatamente persone che per generazioni hanno vissuto mescolate.
Milioni di indù, musulmani e sikh attraversano i nuovi confini in direzioni opposte. La migrazione di massa è accompagnata da violenze terribili e da un numero di vittime che gli storici stimano in modi diversi. Per molte famiglie l’indipendenza, celebrata come liberazione dal colonialismo, coincide con perdita della casa, paura e lutto. È una lezione dura: l’autodeterminazione può creare uno stato e contemporaneamente creare nuove minoranze. Se il principio è «ogni popolo deve avere il proprio paese», devi poi rispondere a una domanda quasi impossibile: dove finisce esattamente un popolo e dove comincia l’altro, soprattutto quando abitano nelle stesse città e negli stessi villaggi?
Il Pakistan orientale diventerà a sua volta il Bangladesh nel 1971 dopo guerra, repressione e intervento indiano. Una frontiera pensata nel 1947 non chiude la storia; apre un altro capitolo. In Indonesia, Sukarno proclama l’indipendenza dai Paesi Bassi nel 1945, ma gli olandesi cercano di ristabilire il proprio controllo e seguono anni di guerra e negoziati prima del riconoscimento della sovranità nel 1949. In Indocina, la fine dell’impero francese passa attraverso una guerra culminata nella sconfitta francese a Dien Bien Phu nel 1954, seguita dalla divisione del Vietnam e da un conflitto ancora più grande. In Algeria la guerra d’indipendenza contro la Francia, iniziata nel 1954, è brutale e politicamente traumatica anche per la società francese; l’indipendenza arriva nel 1962.
In Ghana, invece, il processo guidato da Kwame Nkrumah porta all’indipendenza nel 1957 con una traiettoria diversa. Il Ghana diventa il primo paese dell’Africa subsahariana colonizzata a ottenere l’indipendenza nel dopoguerra e acquista un enorme valore simbolico per il panafricanismo. Perché i percorsi sono così diversi? Perché «colonialismo» non era un unico sistema identico ovunque. Cambiavano il numero dei coloni europei, le istituzioni locali, le risorse economiche, la forza dei movimenti nazionalisti, la strategia della potenza coloniale e il contesto della Guerra fredda. Anche la stessa potenza poteva negoziare in un territorio e combattere disperatamente in un altro.
Congo: indipendenza senza tempo per costruire lo stato
Il Congo belga ottiene l’indipendenza nel giugno 1960. Il nuovo primo ministro Patrice Lumumba eredita un paese vastissimo con istituzioni in gran parte controllate fino a poco prima dai belgi e pochissimi congolesi preparati dal sistema coloniale a ricoprire i livelli più alti dell’amministrazione. Nel giro di giorni l’esercito si ammutina, il Belgio interviene, la ricca provincia del Katanga tenta la secessione e le superpotenze della Guerra fredda iniziano a guardare alla crisi come a un’altra casella dello scontro globale. Lumumba viene rovesciato e poi ucciso nel 1961. La crisi congolese mostra in modo quasi crudele che una bandiera nuova non crea immediatamente un apparato statale stabile. Se per decenni l’amministrazione è stata progettata per rispondere a una capitale coloniale, l’indipendenza richiede di rifare catene di comando, esercito, finanze, rapporti tra regioni e legittimità politica quasi contemporaneamente. E intanto altri paesi decidono se aiutarti, ostacolarti o trasformare la tua crisi in un pezzo della loro strategia.
Molti confini africani ereditati dal colonialismo dividevano comunità o riunivano nello stesso stato gruppi con storie diverse. Una volta ottenuta l’indipendenza, perché non cancellarli e ricominciare? Perché ricominciare significa anche decidere chi possiede ogni città, fiume, miniera e strada. Se cinquanta nuovi stati aprono contemporaneamente la discussione su ogni frontiera, il rischio di guerre a catena diventa enorme. Nel 1964 l’Organizzazione dell’Unità Africana adottò il principio del rispetto delle frontiere esistenti al momento dell’indipendenza. Era una scelta pragmatica: quei confini potevano essere imperfetti, ma offrivano almeno un punto di partenza riconoscibile. Questo principio, spesso collegato alla logica dell’uti possidetis, è uno dei motivi per cui molte linee coloniali sono sopravvissute. Non perché i nuovi stati le considerassero necessariamente giuste o naturali, ma perché cambiarle poteva sembrare ancora più pericoloso.
Qui bisogna evitare una scorciatoia molto popolare: «l’Africa ha problemi perché i confini sono stati disegnati male». I confini contano, ma non spiegano da soli qualità delle istituzioni, guerre civili, crescita economica o stabilità. Paesi con frontiere altrettanto artificiali possono avere traiettorie completamente diverse. La storia coloniale pesa, ma non cancella tutto ciò che accade dopo. La fine dell’Impero ottomano dopo la Prima guerra mondiale aveva già creato mandati e nuove entità politiche sotto influenza britannica e francese. Dopo la Seconda guerra mondiale, la decolonizzazione e la nascita di Israele nel 1948 trasformano ulteriormente la regione.
La storia israelo-palestinese è troppo complessa per essere ridotta a una singola origine e non può essere liquidata con la frase «gli inglesi disegnarono male i confini». Il sionismo moderno, l’immigrazione ebraica, l’antisemitismo europeo e l’Olocausto, il nazionalismo arabo e palestinese, il mandato britannico, il piano di partizione dell’ONU del 1947, la proclamazione dello Stato di Israele, la guerra del 1948 e lo sfollamento di centinaia di migliaia di palestinesi — la Nakba — sono tutti elementi fondamentali. Le guerre e le occupazioni successive avrebbero aggiunto altri strati. Per il nostro filo logico, la cosa importante è capire che una frontiera moderna può concentrare insieme memoria, sicurezza, identità, diritto e territorio. Guardare soltanto la geografia fisica non basta; guardare soltanto un antico testo religioso non basta; guardare soltanto una decisione coloniale non basta. Le aree più difficili del mondo sono spesso proprio quelle in cui più spiegazioni vere si sovrappongono.
Gli stati nuovi entrano in un mondo già organizzato
C’è un’altra difficoltà. I paesi indipendenti non nascono in uno spazio vuoto. Nascono durante la Guerra fredda, dentro un sistema finanziario internazionale già esistente, con mercati globali e spesso con economie coloniali specializzate nell’esportazione di poche materie prime. Un nuovo governo può controllare formalmente il proprio territorio e dipendere comunque dal prezzo mondiale del cacao, del rame o del petrolio; può avere una bandiera e una moneta ma aver bisogno di tecnologia, credito o armi da potenze esterne. È qui che molti leader iniziano a parlare non soltanto di indipendenza politica ma di indipendenza economica.
Il Movimento dei Non Allineati nasce anche da questo desiderio: non sostituire semplicemente Londra o Parigi con Washington o Mosca. In pratica, però, mantenere autonomia era difficile. Aiuti, prestiti, vendita di armi e sostegno diplomatico creavano nuove dipendenze. Fermati un momento davanti a un mappamondo. India e Pakistan hanno meno di un secolo come stati indipendenti. La maggior parte degli stati africani è diventata indipendente dopo che erano già nati i nonni di molte persone oggi viventi. Bangladesh nasce nel 1971. Le repubbliche ex sovietiche diventano indipendenti nel 1991. Jugoslavia si dissolve negli anni Novanta e oltre, creando nuovi stati e guerre sanguinose. Timor Est diventa indipendente nel 2002. Il Sud Sudan nel 2011. Le mappe politiche sembrano immobili soltanto perché le stampiamo su carta.
Questo ci prepara al salto successivo. Mentre nuovi stati nascono, il mondo economico comincia a collegarsi con un’intensità senza precedenti. Navi portacontainer, petrolio, catene di produzione internazionali e finanza trasformano la sovranità: puoi essere indipendente e allo stesso tempo dipendere da componenti costruiti in cinque paesi, energia arrivata attraverso uno stretto e capitali che si muovono in pochi secondi. Abbiamo passato molti capitoli a osservare come gli stati conquistano territorio. Ora dobbiamo capire perché, nel mondo moderno, puoi essere vulnerabile anche senza perdere un centimetro di terra.
Algeria: quando una colonia viene considerata parte della madrepatria
L’Algeria rende particolarmente complicata la decolonizzazione francese perché non era trattata soltanto come colonia lontana: parti del territorio erano organizzate come dipartimenti francesi e vi viveva una numerosa popolazione europea, i pieds-noirs. Per molti francesi l’idea di «lasciare l’Algeria» non sembrava quindi equivalente al ritiro da un possedimento oltremare. La guerra iniziata nel 1954 coinvolse guerriglia del Fronte di Liberazione Nazionale, repressione francese, torture, terrorismo e violenza contro civili. La crisi contribuì alla caduta della Quarta Repubblica francese e al ritorno al potere di Charles de Gaulle. Nel 1962 l’Algeria ottenne l’indipendenza e centinaia di migliaia di europei lasciarono il paese, insieme a molti algerini che avevano combattuto o collaborato con la Francia e temevano rappresaglie. La decolonizzazione può quindi cambiare anche il sistema politico della potenza coloniale, non soltanto della colonia.
In Kenya la rivolta dei Mau Mau negli anni Cinquanta nasce dentro conflitti su terra, lavoro, rappresentanza e dominio coloniale. Le autorità britanniche dichiarano lo stato d’emergenza e attuano una repressione che include detenzioni di massa e gravi abusi. L’indipendenza arriva nel 1963. Il caso è utile perché mostra quanto la distribuzione della terra possa restare centrale anche quando il linguaggio politico parla di nazionalismo. Una frontiera statale non ti dice chi possiede le migliori aziende agricole dentro quella frontiera. Molti stati indipendenti erediteranno quindi non soltanto confini ma strutture di proprietà e disuguaglianze prodotte o consolidate durante il colonialismo.
L’indipendenza cambia il voto alle Nazioni Unite
Decine di nuovi stati entrano nell’ONU e trasformano la composizione politica dell’organizzazione. Questioni come colonialismo, sviluppo, razzismo e controllo delle risorse acquistano un peso diverso nell’Assemblea Generale. Il «Terzo Mondo», termine nato originariamente in un contesto specifico e poi usato in modi spesso imprecisi, non è semplicemente una zona povera: è anche un insieme di paesi che cercano di costruire influenza collettiva in un sistema dominato dalle vecchie e nuove potenze. La decolonizzazione modifica quindi non soltanto la carta ma le istituzioni create nel 1945. Quando cambia chi possiede uno stato e un voto, cambia il tipo di questioni che arrivano al centro del dibattito internazionale.
Questo non è un problema esclusivamente postcoloniale. Belgio, Svizzera, Regno Unito, Spagna, Canada e molti altri stati contengono identità linguistiche o nazionali multiple. La differenza è che alcuni sistemi hanno avuto più tempo, risorse o istituzioni per gestire il pluralismo senza dissolversi. Quindi, quando osserviamo uno stato nato dalla decolonizzazione, la domanda utile non è «il suo confine è artificiale?» — quasi tutti i confini politici sono artificiali nel senso che sono prodotti da decisioni umane. La domanda è: quali istituzioni permettono a gruppi diversi di considerare accettabile vivere dentro lo stesso stato? Questa domanda ci accompagnerà ben oltre l’epoca coloniale.
Alcuni imperi se ne andarono negoziando, altri combattendo
La decolonizzazione non seguì un unico percorso. Il Ghana di Kwame Nkrumah ottenne l’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1957 e divenne un simbolo del panafricanismo. L’Algeria conquistò l’indipendenza dalla Francia nel 1962 dopo una guerra particolarmente brutale iniziata nel 1954, in cui il FLN combatté contro le forze francesi e la violenza colpì pesantemente i civili. L’Indonesia proclamò l’indipendenza nel 1945 ma dovette combattere e negoziare fino al riconoscimento olandese del 1949. Le colonie portoghesi in Africa raggiunsero l’indipendenza negli anni Settanta dopo guerre prolungate e la Rivoluzione dei Garofani in Portogallo. Queste differenze hanno conseguenze. Un’indipendenza negoziata può lasciare istituzioni relativamente intatte ma anche forti dipendenze; una guerra di liberazione può creare un movimento armato dominante e istituzioni plasmate dal conflitto. In entrambi i casi il nuovo governo deve costruire legittimità su confini che non necessariamente corrispondono a una sola identità politica.
A prima vista potrebbe sembrare ovvio che, dopo l’indipendenza, gli stati africani avrebbero ridisegnato i confini europei. In realtà i leader africani compresero il rischio di aprire contemporaneamente centinaia di dispute territoriali. Nel 1964 l’Organizzazione dell’Unità Africana adottò il principio del rispetto dei confini esistenti al momento dell’indipendenza, una scelta pragmatica che contribuì a evitare una revisione generalizzata della mappa. Questo non significa che i confini non abbiano prodotto problemi, né che siano tutti arbitrari nello stesso modo. Significa che una linea ereditata può diventare più stabile proprio perché nessuno vede un’alternativa pacifica. Con il tempo, stati nati da confini coloniali hanno costruito identità nazionali reali, anche quando le comunità attraversano le frontiere. Definire un paese “artificiale” perché la sua origine è recente è poco utile: quasi tutti gli stati moderni sono costruzioni storiche.
In alcuni casi i confini cambiarono comunque: Eritrea ed Etiopia, Sudan e Sud Sudan, separazione del Pakistan orientale che nel 1971 divenne Bangladesh. Questi casi mostrano che l’integrità territoriale e l’autodeterminazione possono entrare in tensione, e il diritto internazionale non offre sempre una risposta politicamente semplice.
La Guerra fredda entra immediatamente nei nuovi stati
La mappa contemporanea nasce dunque da una sovrapposizione: antichi regni e comunità, conquiste imperiali, confini coloniali, guerre mondiali, indipendenze e decisioni dei nuovi stati di conservare o modificare ciò che avevano ereditato. Se cerchi un singolo “disegnatore”, non lo troverai. Troverai generazioni di persone che hanno continuato a tracciare sopra linee precedenti.