Capitolo 24 · Parte 05

Cosa succede quando il mondo si divide in due?

Guerra fredda, nucleare e guerre per procura.

La deterrenza nucleare impedisce lo scontro totale fra USA e URSS ma sposta la competizione su alleanze, tecnologia, spazio e guerre regionali dalla Corea all’Afghanistan.

13 min di letturaLa mappa moderna prende forma
Blocchi contrapposti, una città divisa, armi strategiche, corsa allo spazio e società non allineate.

Nell’ottobre 1962, per tredici giorni, milioni di persone vissero senza sapere quanto il mondo fosse vicino a qualcosa che non era mai accaduto prima: una guerra nucleare tra superpotenze. Aerei da ricognizione americani avevano fotografato installazioni sovietiche per missili nucleari a Cuba, a poco più di cento chilometri dalla Florida. Il presidente John F. Kennedy impose una «quarantena» navale dell’isola. Navi sovietiche si dirigevano verso la zona. Forze nucleari erano in allerta. Ogni errore, ogni comandante troppo nervoso, ogni messaggio interpretato male poteva avere conseguenze incalcolabili. La crisi si concluse con un accordo: l’Unione Sovietica ritirò i missili da Cuba; gli Stati Uniti promisero pubblicamente di non invadere l’isola e, separatamente, rimossero in seguito missili Jupiter dalla Turchia. Ma il dettaglio più inquietante è forse quello che venne compreso meglio soltanto dopo: sul terreno c’erano armi e decisioni che i leader centrali non controllavano perfettamente. Anche in un sistema costruito per la deterrenza, l’errore umano restava dentro la macchina.

La Guerra fredda è spesso rappresentata con una carta semplice: blu da una parte, rosso dall’altra. È utile per orientarsi e terribile per capire davvero. Il mondo non fu mai diviso perfettamente in due. Cina e Unione Sovietica, entrambe comuniste, finirono per diventare rivali. India, Jugoslavia, Egitto e molti altri stati cercarono margini di autonomia. Guerre locali avevano cause proprie anche quando ricevevano armi e denaro dalle superpotenze. Eppure la competizione tra Stati Uniti e URSS fu così potente da entrare quasi ovunque.

L’arma che non vuoi usare

Prima delle armi nucleari, una grande potenza poteva immaginare una guerra catastrofica ma vincibile. Con arsenali capaci di distruggere città e, col tempo, di colpire il territorio avversario anche dopo aver subito un primo attacco, il calcolo cambia. Nasce la logica della deterrenza: non devo necessariamente sconfiggerti in guerra; devo convincerti che iniziarla avrebbe un costo intollerabile. È una logica stranissima. Per mantenere la pace devi costruire armi che speri di non usare mai, distribuirle in modo che sopravvivano a un attacco e convincere l’avversario che, se necessario, saresti davvero disposto a usarle. Se sembri completamente razionale e dichiari che non le useresti mai, la minaccia perde credibilità. Se sembri troppo disposto a usarle, aumenti il rischio di guerra. La stabilità dipende da un equilibrio psicologico oltre che tecnologico.

Sottomarini nucleari, bombardieri strategici e missili balistici diventano parti di un sistema pensato per garantire la capacità di risposta. Il mare, lo spazio e l’Artico assumono nuovi significati geopolitici perché sono percorsi, basi e ambienti di questa deterrenza.

Se Cuba mostra il rischio nucleare, Berlino mostra la geografia assurda della Guerra fredda. Berlino Ovest era una porzione di città occidentale circondata dalla Germania Est. Per anni molti tedeschi orientali usarono Berlino come via di fuga verso ovest. Nel 1961 il governo della Germania Est, sostenuto dall’Unione Sovietica, costruì il Muro di Berlino. Il muro era contemporaneamente cemento, propaganda e confessione politica. Separava famiglie e quartieri, ma mostrava anche che uno dei problemi del blocco orientale era impedire alle persone di andarsene. Per l’Occidente divenne il simbolo della repressione comunista; per i governi dell’Est veniva presentato come barriera di protezione contro minacce occidentali.

Per quasi trent’anni una delle frontiere più importanti del pianeta passò letteralmente in mezzo a strade, case e linee della metropolitana. La geografia politica poteva essere più artificiale di così? Eppure era reale: guardie, mine, checkpoint, alleanze e arsenali la rendevano concreta.

Le guerre che le superpotenze preferiscono non chiamare proprie

Se Stati Uniti e Unione Sovietica evitano lo scontro diretto, la competizione si sposta altrove. In Corea, dopo la divisione della penisola al termine della Seconda guerra mondiale, l’invasione nordcoreana del Sud nel 1950 apre una guerra in cui intervengono forze guidate dagli Stati Uniti sotto mandato ONU e, dall’altra parte, la Cina entra massicciamente nel conflitto. L’Unione Sovietica sostiene il Nord ma evita uno scontro ufficiale diretto con gli Stati Uniti. L’armistizio del 1953 lascia una penisola ancora divisa. In Vietnam, un processo di decolonizzazione, guerra civile e competizione internazionale si intreccia fino a diventare uno dei conflitti simbolo della Guerra fredda. Presentarlo come «America contro comunismo» sarebbe insufficiente: c’erano nazionalismo vietnamita, eredità coloniale francese, divisione politica interna, sostegno sovietico e cinese, e una crescente presenza militare americana. Ancora una volta la cornice globale entra in una guerra che possiede radici locali.

In Afghanistan negli anni Ottanta, l’Unione Sovietica interviene militarmente a sostegno del governo comunista, mentre guerriglieri mujaheddin ricevono sostegno da Stati Uniti, Pakistan, Arabia Saudita e altri. Anche qui, quando una superpotenza entra in un conflitto locale, gli attori locali non diventano semplici pedine. Hanno propri obiettivi e possono usare il sostegno esterno tanto quanto vengono usati da chi lo fornisce. Questo è un punto essenziale per capire anche il presente: chiamare un conflitto «guerra per procura» può essere utile, ma rischia di cancellare le ragioni di chi combatte realmente sul terreno. Nel 1955, alla conferenza di Bandung in Indonesia, leader e delegati di paesi asiatici e africani discussero cooperazione, colonialismo e autonomia in un mondo dominato dalle superpotenze. Pochi anni dopo nacque formalmente il Movimento dei Non Allineati.

«Non allineato» non significava neutrale in ogni questione, né equidistante tra Washington e Mosca. Significava soprattutto rivendicare spazio di decisione. India, Jugoslavia, Egitto e altri paesi avevano sistemi e interessi molto diversi, ma condividevano il rifiuto di essere automaticamente inseriti in uno dei due blocchi. È una parte della Guerra fredda spesso poco raccontata in Europa: proprio mentre USA e URSS sembrano dominare la scena, decine di nuovi stati stanno emergendo dalla decolonizzazione e chiedono di essere soggetti della politica mondiale, non territorio su cui altri competono. Nel 1949 Mao Zedong proclama la Repubblica Popolare Cinese dopo la vittoria comunista nella guerra civile; il governo della Repubblica di Cina si ritira a Taiwan. A prima vista, il blocco comunista sembra diventare enorme: Unione Sovietica e Cina insieme. Ma le relazioni tra Pechino e Mosca si deteriorano fino alla rottura aperta negli anni Sessanta.

Le ragioni comprendono ideologia, leadership del mondo comunista, interessi nazionali e dispute di confine. Nel 1969 ci saranno perfino scontri armati lungo la frontiera sino-sovietica. Nel 1972 il presidente americano Richard Nixon visiterà Pechino, sfruttando la frattura per modificare l’equilibrio strategico. Se avevi in mente la Guerra fredda come «capitalisti contro comunisti», questa storia rompe il modello. Stati che condividono un’ideologia possono diventare rivali; stati ideologicamente opposti possono cooperare contro un avversario comune. La geopolitica ama rovinare le categorie troppo ordinate.

La corsa allo spazio è anche una gara per dimostrare chi sa organizzare il futuro

Nel 1957 l’Unione Sovietica lancia Sputnik, il primo satellite artificiale. L’effetto psicologico negli Stati Uniti è enorme. Se Mosca può mettere un oggetto in orbita, può anche sviluppare missili capaci di attraversare continenti. La corsa allo spazio diventa competizione scientifica, tecnologica, militare e propagandistica. Quando gli Stati Uniti portano esseri umani sulla Luna nel 1969, non stanno conquistando un territorio utile nel senso tradizionale. Stanno mostrando capacità: razzi, computer, materiali, organizzazione industriale, ricerca e coordinamento di migliaia di persone. È una dimostrazione di potere attraverso la tecnologia. Molte tecnologie spaziali diventeranno infrastrutture quotidiane: comunicazioni, meteorologia, navigazione satellitare, osservazione della Terra. Lo spazio, che sembrava il luogo meno geografico possibile, finirà per entrare nella geografia del potere.

Negli anni Ottanta l’Unione Sovietica affronta stagnazione economica, costi militari elevati e un sistema politico sempre più difficile da riformare. Michail Gorbaciov tenta di trasformarlo con perestrojka e glasnost, riducendo anche la pressione sulla politica estera. Ma le riforme aprono processi che il centro non riesce più a controllare. Nel 1989 cadono i regimi comunisti dell’Europa orientale e il Muro di Berlino. Nel 1991 l’Unione Sovietica si dissolve in quindici stati indipendenti. Per un momento sembra che la divisione fondamentale del pianeta sia finita. Ma le mappe non tornano mai semplicemente allo stato precedente. Gli stati dell’Europa centrale e orientale hanno nuove scelte di sicurezza; la Russia ha perso territori, popolazione, basi e profondità strategica rispetto all’URSS; gli Stati Uniti si ritrovano in una posizione globale senza un rivale equivalente; la Cina sta già trasformando la propria economia.

E soprattutto, durante la Guerra fredda, decine di colonie sono diventate paesi. È arrivato il momento di guardare quella nuova mappa da vicino, perché molte delle linee che oggi sembrano antiche hanno in realtà meno di un secolo.

I colpi di stato entrano nella competizione globale

La Guerra fredda non si combatte soltanto con carri armati e guerre aperte. Servizi segreti e governi intervengono nella politica di altri paesi attraverso finanziamenti, propaganda, operazioni clandestine e sostegno a colpi di stato. Nel 1953, in Iran, servizi statunitensi e britannici ebbero un ruolo nell’operazione che contribuì al rovesciamento del primo ministro Mohammad Mossadeq durante una crisi legata anche alla nazionalizzazione del petrolio e al conflitto con lo scià. Nel 1954 la CIA sostenne l’operazione contro il governo di Jacobo Árbenz in Guatemala. Nel 1973 il colpo di stato di Augusto Pinochet in Cile avvenne in un contesto in cui gli Stati Uniti avevano lavorato per indebolire il governo di Salvador Allende e sostenuto forze di opposizione, anche se la dinamica interna cilena e il ruolo diretto dei militari locali non possono essere ridotti a un comando americano. Dall’altra parte, l’Unione Sovietica intervenne apertamente in Ungheria nel 1956 e Cecoslovacchia nel 1968 e sostenne partiti e governi alleati in molte regioni.

Il risultato è che per molti paesi la Guerra fredda non fu «fredda» affatto. La stabilità nucleare tra superpotenze poteva convivere con repressione e violenza politica altrove. È facile raccontare il 1962 come partita a scacchi tra Kennedy e Khrushchev. Ma Cuba non era una casella vuota. Fidel Castro aveva una propria rivoluzione da difendere e temeva una nuova invasione dopo il fallito sbarco della Baia dei Porci del 1961. La decisione sovietica di installare missili aveva quindi anche una dimensione legata alla sicurezza cubana, oltre al confronto strategico con gli Stati Uniti. Durante la crisi, inoltre, comandanti locali e sommergibili sovietici si trovarono in situazioni in cui decisioni tattiche avrebbero potuto produrre conseguenze strategiche enormi. Questo è uno dei motivi per cui dopo il 1962 Washington e Mosca cercano strumenti di comunicazione e controllo degli armamenti più efficaci. La deterrenza non elimina il rischio. Lo gestisce.

Détente: perfino i rivali hanno bisogno di regole

Negli anni Settanta Stati Uniti e Unione Sovietica entrano in una fase di détente, distensione. Accordi come SALT cercano di limitare parti della corsa agli armamenti. Non perché i due sistemi si siano riconciliati, ma perché entrambi riconoscono che una competizione senza limiti è costosa e pericolosa. È un’idea importante per la geopolitica: negoziare con un avversario non significa fidarsi di lui. Può significare che proprio perché non ti fidi hai bisogno di regole, verifiche e canali di comunicazione. Questa logica tornerà continuamente nei trattati sul nucleare e, più in generale, in qualunque sistema in cui due potenze possiedono la capacità di danneggiarsi gravemente.

L’URSS non viene conquistata da un esercito occidentale. Si dissolve attraverso una combinazione di stagnazione economica, crisi politica, nazionalismi interni, riforme, perdita di controllo sui paesi satelliti e decisioni delle élite repubblicane. Questo ricorda che una grande potenza può perdere il proprio sistema senza perdere una guerra convenzionale. Le mappe cambiano quando cambiano le istituzioni che le tengono insieme. Il nome “Guerra fredda” funziona bene se guardi direttamente al rapporto fra Stati Uniti e Unione Sovietica: le due superpotenze non arrivarono mai a una guerra convenzionale totale l’una contro l’altra. Funziona molto meno se guardi il resto del pianeta. In Corea, Vietnam, Afghanistan, Angola e molti altri luoghi, la competizione globale si sovrappose a guerre civili, rivoluzioni, decolonizzazione e conflitti regionali che uccisero milioni di persone.

La divisione nasceva da una combinazione di ideologia e sicurezza. Gli Stati Uniti guidavano un blocco capitalistico e pluralista sul piano politico, pur sostenendo in diversi casi regimi autoritari quando li consideravano strategicamente utili. L’Unione Sovietica guidava un sistema comunista monopartitico e cercava di mantenere una cintura di stati alleati nell’Europa orientale, anche con la forza. Entrambi presentavano la propria politica come difensiva e quella dell’altro come espansionista. Berlino divenne il simbolo perfetto. Una città divisa dentro una Germania divisa, a sua volta collocata nel cuore di un’Europa divisa. Il blocco sovietico di Berlino Ovest nel 1948-49 portò al ponte aereo occidentale; nel 1961 la Germania Est costruì il Muro per fermare l’emigrazione verso ovest. Una frontiera geopolitica diventava letteralmente cemento attraverso una città.

Le armi nucleari cambiano la definizione di vittoria

Nel 1945 gli Stati Uniti erano l’unica potenza nucleare; l’Unione Sovietica testò la propria bomba atomica nel 1949. Da quel momento iniziò una corsa agli armamenti che portò a testate termonucleari, bombardieri, missili balistici intercontinentali e sottomarini nucleari. A un certo punto entrambe le parti possedevano una capacità credibile di infliggere distruzioni catastrofiche anche dopo aver subito un primo attacco. Questa condizione alimentò la deterrenza. Se attaccare significa rischiare la distruzione del proprio paese, la guerra totale diventa molto meno razionale. Il concetto di “distruzione reciproca assicurata” descrive una fase e una logica della deterrenza, ma non va trattato come una formula matematica che garantisce la pace. Errori tecnici, informazioni sbagliate, incidenti e decisioni umane potevano comunque produrre escalation.

La crisi dei missili di Cuba dell’ottobre 1962 mostrò quanto vicino potesse arrivare il mondo al disastro. L’Unione Sovietica aveva installato missili nucleari a Cuba; gli Stati Uniti imposero una quarantena navale e chiesero la rimozione. Per tredici giorni leadership, militari e diplomatici operarono sotto una pressione enorme. La soluzione comportò il ritiro sovietico da Cuba e, in modo meno pubblico, la successiva rimozione di missili americani Jupiter dalla Turchia. La crisi rafforzò in entrambe le superpotenze la consapevolezza che servivano canali di comunicazione e forme di controllo degli armamenti. In Corea, dopo l’invasione della Corea del Sud da parte del Nord nel 1950, forze sotto comando ONU guidate dagli Stati Uniti intervennero a sostegno del Sud; la Cina entrò in guerra a sostegno del Nord. Il conflitto terminò nel 1953 con un armistizio, non con un trattato di pace definitivo, lasciando una penisola divisa ancora oggi.

In Vietnam, una lotta anticoloniale contro la Francia si intrecciò con la competizione fra comunismo e anticomunismo. Dopo la divisione del paese, gli Stati Uniti aumentarono progressivamente il proprio coinvolgimento militare a sostegno del Vietnam del Sud; il Vietnam del Nord ricevette sostegno sovietico e cinese. La guerra terminò nel 1975 con la vittoria del Nord e la riunificazione. Ridurla a “USA contro URSS” cancella il nazionalismo vietnamita; ridurla a una guerra civile locale cancella il sistema internazionale che la alimentò. Entrambe le scale sono necessarie. Lo stesso vale in molti paesi appena decolonizzati. Leader locali cercavano potere, indipendenza o trasformazione sociale; Washington e Mosca vedevano contemporaneamente pedine nel confronto globale. Colpi di stato, aiuti, armi e interventi resero alcune crisi più violente e durature.

Il mondo non era davvero diviso soltanto in due

Quando l’Unione Sovietica crollò nel 1991, sembrò per un momento che la grande divisione fosse finita e che il mondo entrasse in un ordine dominato da una sola superpotenza. Ma le istituzioni, le frontiere, gli arsenali e le memorie della Guerra fredda non scomparvero. Molte delle crisi contemporanee si muovono ancora dentro strutture create in quei quarant’anni.