Capitolo 27 · Parte 06
Perché gli Stati Uniti sono così potenti?
La geografia migliore non basta, ma aiuta moltissimo.
Oceani, fiumi, terre agricole e mercato continentale offrono vantaggi enormi, ma diventano potenza globale solo attraverso industria, istituzioni, immigrazione, guerre vinte, dollaro, alleanze e tecnologia.

Se osservi gli Stati Uniti su una carta fisica prima ancora di conoscere una sola data della loro storia, è difficile non provare una certa invidia geopolitica. A est c’è l’Atlantico, a ovest il Pacifico: due oceani giganteschi che per gran parte della storia moderna hanno reso molto costoso per una grande potenza eurasiatica portare un esercito sul territorio americano. A nord e a sud, per lunghi tratti, non ci sono catene montuose insuperabili che spezzino il paese in compartimenti separati. Nel mezzo si apre una delle più vaste aree agricole temperate del pianeta e un sistema di fiumi che converge verso il Mississippi e il Golfo del Messico. Se qualcuno progettasse a tavolino una base geografica favorevole alla crescita di una potenza, potrebbe inventare qualcosa di simile.
Ed è proprio qui che bisogna resistere alla spiegazione troppo elegante. Gli Stati Uniti non sono diventati una superpotenza perché «avevano una buona geografia», come se bastasse ricevere una carta fortunata. Quella carta era abitata da milioni di persone prima della nascita degli Stati Uniti; l’espansione verso ovest avvenne attraverso acquisti e trattati, ma anche guerre, espulsioni, violazioni di accordi e la distruzione di società indigene. Una parte enorme del territorio contemporaneo fu incorporata dopo la guerra con il Messico. La ricchezza agricola del Sud fu per decenni legata a un sistema schiavista. Le risorse naturali diventarono potenza soltanto grazie a infrastrutture, capitale, immigrazione, istituzioni e decisioni politiche, e la crescita americana fu accompagnata da conflitti interni così profondi da culminare in una guerra civile. La geografia fornì possibilità eccezionali. Gli esseri umani decisero come sfruttarle, spesso con conseguenze terribili per altri esseri umani.
Il fiume che costruisce un mercato
Immagina di essere un agricoltore dell’Ohio all’inizio dell’Ottocento. Puoi coltivare enormi quantità di grano, ma il tuo raccolto ha valore solo se riesci a portarlo a qualcuno che voglia comprarlo. Prima delle ferrovie, trascinare tonnellate di merce su strade fangose per centinaia di chilometri può costare più di quanto vale il prodotto stesso. Un fiume navigabile cambia l’equazione. L’Ohio confluisce nel Mississippi, e il Mississippi scende fino a New Orleans. Cereali, legname e altre merci dell’interno possono quindi muoversi verso un grande porto con una facilità relativa che molti territori del mondo non possedevano.
Ecco perché New Orleans era così importante per la giovane repubblica americana. Quando Thomas Jefferson acquistò dalla Francia di Napoleone la Louisiana nel 1803, raddoppiando grossomodo il territorio degli Stati Uniti di allora, non stava comprando soltanto una gigantesca distesa di terra. Stava mettendo in sicurezza l’accesso al Mississippi e alla sua foce. Napoleone, dal canto suo, aveva bisogno di denaro per le guerre europee e aveva visto crollare una parte decisiva dei progetti francesi nei Caraibi dopo la rivoluzione di Haiti. Un affare immobiliare apparentemente incredibile era in realtà il punto d’incontro di geografia fluviale, rivoluzione antischiavista, guerra europea e ambizioni continentali.
Il sistema Mississippi-Missouri non è l’unico vantaggio naturale. I Grandi Laghi formano un’enorme via d’acqua interna; la costa atlantica offre numerosi porti; vaste pianure consentono agricoltura meccanizzata e costruzione relativamente agevole di ferrovie e strade. Ma il valore di questi elementi aumentò proprio quando vennero collegati. Il Canale Erie, aperto nel 1825, mise in comunicazione la regione dei Grandi Laghi con il fiume Hudson e New York. Le ferrovie completarono la cucitura del continente. In poco più di un secolo, territori lontanissimi furono integrati in un enorme mercato interno in cui persone, capitale e merci potevano muoversi su una scala che la maggior parte degli stati europei non possedeva.
Questo mercato era anche protetto da una circostanza geografica insolita: una volta consolidato il controllo del continente, gli Stati Uniti non avevano lungo i propri confini terrestri una potenza paragonabile alle grandi rivali che gli stati europei incontravano a poche centinaia di chilometri. Canada e Messico avevano storie e interessi propri, naturalmente, ma il Nord America non somigliava all’Europa, dove Francia, Germania, Russia, Austria e altri stati avevano trascorso secoli a temere che un esercito nemico potesse comparire oltre la frontiera. Gli Stati Uniti poterono dedicare una quota enorme della propria energia alla crescita interna senza vivere continuamente nella stessa pressione militare continentale.
Un continente conquistato, non trovato vuoto
Quando si racconta questa espansione attraverso le mappe, è facile far apparire il territorio occidentale come uno spazio bianco che aspettava semplicemente di essere riempito. Non lo era. Decine di nazioni indigene vivevano in quelle terre con sistemi politici, economici e culturali propri. L’espansione americana implicò guerre e trattati, ma anche trasferimenti forzati come quello che portò alla cosiddetta Trail of Tears, durante la quale migliaia di Cherokee morirono nel trasferimento verso ovest negli anni Trenta dell’Ottocento. Le epidemie, iniziate già con il contatto europeo, avevano devastato molte popolazioni native ben prima che gli Stati Uniti raggiungessero il Pacifico; la successiva espansione statunitense sottrasse ulteriormente territori e autonomia.
Anche verso sud-ovest la crescita fu tutt’altro che inevitabile. Dopo l’annessione del Texas, la guerra messicano-americana del 1846-1848 terminò con una vasta cessione di territori dal Messico agli Stati Uniti, comprendendo aree che oggi appartengono a California, Nevada, Utah, Arizona, Nuovo Messico e altri stati. La corsa all’oro californiana accelerò poi migrazione, investimenti e collegamenti con il Pacifico. Nel 1869 la ferrovia transcontinentale rese possibile attraversare il paese con una velocità che una generazione precedente avrebbe considerato straordinaria. Questa storia conta perché corregge una tentazione tipica della geopolitica: confondere il risultato con la necessità. Guardando gli Stati Uniti di oggi, con coste su due oceani e un territorio continuo, potremmo pensare che quella forma fosse «destinata» a esistere. Non lo era. È il prodotto di decisioni, guerre, negoziati, violenza e opportunità. La geografia offriva un continente ricco di possibilità; la politica stabilì chi avrebbe controllato quelle possibilità.
E neppure il possesso del territorio garantiva stabilità. Il conflitto sulla schiavitù e sul rapporto tra governo federale e stati culminò nella Guerra civile del 1861-1865, il conflitto più sanguinoso della storia statunitense. L’Unione uscì vittoriosa, la schiavitù fu abolita e il governo federale risultò più forte, ma la fine legale della schiavitù non produsse uguaglianza: segregazione, discriminazione e violenza razziale continuarono a segnare la società americana per generazioni. La potenza degli Stati Uniti si sviluppò quindi insieme a contraddizioni interne profonde. È importante ricordarlo perché gli stati potenti non sono organismi perfettamente coerenti; possono proiettare forza all’estero mentre combattono duramente sul significato della cittadinanza al proprio interno.
La fabbrica che arrivò tardi alla guerra — e poi cambiò il risultato
Alla fine dell’Ottocento gli Stati Uniti erano già una gigantesca economia industriale. Possedevano carbone, ferro, petrolio, terreni agricoli, una popolazione in rapida crescita alimentata da grandi ondate migratorie e un mercato interno capace di sostenere produzioni di massa. Figure come Andrew Carnegie nell’acciaio, John D. Rockefeller nel petrolio e, più tardi, Henry Ford nell’automobile simboleggiano un capitalismo industriale enormemente produttivo ma anche segnato da concentrazioni di ricchezza, dure condizioni di lavoro e conflitti sociali.
Le due guerre mondiali modificarono poi il rapporto tra questa potenza economica e il resto del mondo. Gli Stati Uniti entrarono nella Prima guerra mondiale soltanto nel 1917, dopo quasi tre anni di conflitto europeo, e il loro contributo militare e finanziario aiutò gli Alleati nella fase finale. Ma fu soprattutto la Seconda guerra mondiale a trasformare definitivamente la scala americana. Gli Stati Uniti entrarono direttamente nel conflitto dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor nel dicembre 1941. Grazie alla propria capacità industriale, produssero quantità immense di navi, aerei, camion, munizioni e altri materiali non soltanto per le proprie forze armate ma anche per gli alleati. L’espressione «arsenale della democrazia» non era pura retorica: la capacità di trasformare un’economia civile in una macchina produttiva bellica diventò una delle risorse strategiche decisive della guerra.
Nel frattempo la posizione geografica continuava a fare il suo lavoro silenzioso. Gli Stati Uniti subirono un attacco devastante a Pearl Harbor e combatterono duramente nel Pacifico, ma il territorio continentale non conobbe la distruzione industriale che colpì Europa, Unione Sovietica, Cina e Giappone. Nel 1945 molte delle principali potenze industriali del vecchio mondo erano fisicamente devastate; gli Stati Uniti, pur avendo subito enormi perdite umane, disponevano di una capacità produttiva intatta e ampliata. Non era semplicemente «fortuna geografica»: era la combinazione tra distanza, oceani, capacità navale, alleanze e una base industriale continentale che nessun nemico riuscì a colpire su scala comparabile.
Quando il dollaro diventa una strada
Alla fine della guerra, Washington fece qualcosa che distingue la potenza americana da molti imperi precedenti: contribuì a costruire istituzioni internazionali nelle quali gli altri paesi avrebbero potuto partecipare. Il sistema di Bretton Woods, le Nazioni Unite, il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e in seguito il GATT nacquero in contesti e con obiettivi diversi, ma insieme contribuirono a creare un ordine economico e politico nel quale gli Stati Uniti occupavano una posizione centrale. Il Piano Marshall aiutò la ricostruzione dell’Europa occidentale; la NATO legò la sicurezza statunitense a quella di alleati europei. Nel Pacifico, accordi con Giappone, Corea del Sud e altri partner costruirono un’altra rete strategica.
Il dollaro divenne la principale valuta di riserva e di transazione internazionale. Questo non significa che Washington possa semplicemente «stampare denaro gratis», una formula popolare ma fuorviante. Significa però che una parte enorme del commercio, dei debiti e delle riserve finanziarie mondiali utilizza la valuta americana e passa attraverso istituzioni collegate al sistema finanziario degli Stati Uniti. È un vantaggio costruito su fiducia, dimensione dei mercati, stato di diritto, liquidità e potenza economica, non una proprietà magica della banconota. Proprio perché il sistema è così utilizzato, l’accesso al mercato finanziario americano e a infrastrutture denominate in dollari può diventare anche uno strumento di pressione attraverso sanzioni.
C’è una differenza profonda rispetto al potere di un impero territoriale classico. Roma doveva presidiare fisicamente le province. Gli Stati Uniti possono esercitare influenza attraverso basi militari e flotte, ma anche attraverso standard tecnologici, finanza, università, aziende, istituzioni multilaterali e alleanze in cui altri stati scelgono di cooperare perché ne ricavano benefici di sicurezza o economici. Naturalmente la relazione non è priva di conflitti: alleati e Stati Uniti litigano su spese militari, commercio, guerre e priorità politiche. Una rete di alleanze non è un impero comandato da Washington. Ma il fatto che gli Stati Uniti possano operare insieme a decine di partner amplia enormemente la loro capacità rispetto a una potenza costretta a fare tutto da sola.
La marina americana è un altro pezzo fondamentale. Due oceani proteggono il paese, ma possono trasformarsi da fossati in autostrade soltanto se possiedi navi, basi, logistica e alleati. Una grande marina permette agli Stati Uniti di spostare forze su scala globale e contribuisce alla sicurezza di rotte commerciali da cui dipende anche l’economia mondiale. Di nuovo, la geografia offre l’oceano; sono secoli di investimento a trasformarlo in potere.
Il vantaggio di attirare persone e idee
C’è infine un elemento difficile da disegnare su una carta fisica: la capacità di attirare persone. Dall’Ottocento in poi gli Stati Uniti hanno ricevuto enormi flussi migratori dall’Europa, dall’America Latina, dall’Asia e da molte altre regioni. Gli immigrati sono stati spesso accolti con sospetto, discriminazione e leggi restrittive; eppure, nel lungo periodo, hanno contribuito in modo decisivo alla crescita della popolazione, dell’industria, della ricerca e dell’imprenditorialità. Il programma nucleare americano durante la Seconda guerra mondiale offre un esempio quasi paradossale. Molti scienziati che contribuirono al Progetto Manhattan erano nati in Europa e alcuni erano fuggiti proprio dai regimi che gli Stati Uniti stavano combattendo. Enrico Fermi arrivò negli Stati Uniti dopo che le leggi razziali fasciste avevano colpito sua moglie Laura, di origine ebraica; altri fisici provenivano dall’Ungheria, dalla Germania e da altri paesi europei. Una potenza non si misura soltanto dai minerali che possiede nel sottosuolo, ma anche dalla capacità di creare un luogo in cui competenze provenienti da altrove possano produrre nuove idee.
Dopo la guerra, università di ricerca, finanziamenti pubblici, laboratori militari e aziende private alimentarono settori come aerospazio, informatica, biotecnologie e Internet. Silicon Valley non nacque semplicemente perché in California c’era bel tempo: fu il risultato di università, commesse della difesa, capitale di rischio, immigrazione qualificata, cultura imprenditoriale e una serie di scelte che si rinforzarono a vicenda. Anche qui il successo crea un circuito: se un luogo offre opportunità, attira persone; quelle persone creano imprese e conoscenza; questo aumenta le opportunità e ne attira altre.
Il potere di un sistema che altri hanno interesse a usare
Una delle differenze più interessanti tra gli Stati Uniti e molti imperi del passato è che una parte del loro potere non richiede obbedienza diretta. Una compagnia aerea compra aeroplani americani perché li considera adatti alle proprie esigenze; un ricercatore cerca di entrare in un’università statunitense perché pensa che ne trarrà opportunità; un governo conserva dollari perché giudica liquidi e affidabili i mercati in cui può investirli; un paese entra in un’alleanza perché ritiene che la protezione ricevuta valga gli obblighi assunti. Naturalmente Washington esercita anche pressione, coercizione e forza militare, come ogni grande potenza. Ma confondere tutto il sistema americano con un impero che impartisce ordini a province subordinate fa perdere un pezzo importante del meccanismo.
Gli economisti parlano di effetti di rete: un sistema può diventare più utile proprio perché molte persone lo usano già. La lingua inglese offre un esempio culturale; il dollaro uno finanziario; standard tecnici e piattaforme digitali ne offrono altri. Una volta che università, imprese, investitori e governi si sono organizzati attorno a un ecosistema, sostituirlo richiede un motivo abbastanza forte da compensare i costi del cambiamento. Questo non rende il primato eterno. La sterlina britannica aveva un ruolo internazionale molto più grande quando l’Impero britannico era al centro del commercio mondiale e lo perse gradualmente mentre cambiavano economia, guerre e finanza. Ma spiega perché le transizioni di potere siano spesso più lente di quanto suggeriscano i grafici sul prodotto interno lordo.
C’è poi il potere culturale, una forma difficile da misurare ma impossibile da ignorare. Cinema, musica, università, marchi, sport e piattaforme tecnologiche hanno dato agli Stati Uniti una presenza nella vita quotidiana di miliardi di persone. Joseph Nye ha reso popolare l’espressione soft power per descrivere la capacità di ottenere influenza attraverso attrazione e legittimità anziché soltanto coercizione. È un concetto utile purché non diventi una formula magica: un film hollywoodiano non fa vincere una guerra e la popolarità culturale può convivere con un forte dissenso verso la politica estera americana. Però una potenza che attira studenti, talenti, investimenti e attenzione possiede una risorsa che nessuna miniera di ferro produce da sola.
Anche le dimensioni del mercato interno contano in questo senso. Un’impresa che riesce a crescere negli Stati Uniti può partire da una base di centinaia di milioni di consumatori relativamente ricchi, con una moneta comune e un sistema federale integrato. In settori con forti economie di scala, questa dimensione facilita la nascita di aziende capaci poi di espandersi nel resto del mondo. Non è una garanzia di innovazione e può persino favorire concentrazioni di potere economico problematiche; ma è un altro esempio di come geografia politica e istituzioni trasformino quantità — persone e territorio — in capacità.
Una superpotenza non è onnipotente
Arrivati fin qui sarebbe facile cadere nell’errore opposto e immaginare gli Stati Uniti come una macchina inevitabilmente dominante. La storia recente offre abbastanza esempi del contrario. La superiorità militare non ha prodotto gli obiettivi sperati in Vietnam; in Afghanistan, dopo vent’anni di guerra, il governo sostenuto da Washington è crollato rapidamente nel 2021 quando le forze internazionali si sono ritirate. L’invasione dell’Iraq del 2003 eliminò il regime di Saddam Hussein ma produsse conseguenze regionali e interne molto più complesse di quelle immaginate dai suoi promotori. La potenza permette di fare molte cose; non garantisce che quelle cose producano il risultato desiderato.
Esistono inoltre problemi domestici che nessun oceano risolve: polarizzazione politica, disuguaglianze, infrastrutture da mantenere, debito pubblico, tensioni sociali, competizione industriale e tecnologica. La crescita della Cina ha ridotto la distanza economica tra gli Stati Uniti e il principale rivale strategico contemporaneo. Le tecnologie che una volta erano quasi monopolio americano si diffondono. Gli alleati possono avere interessi diversi. Perfino il dollaro conserva il proprio ruolo non per decreto eterno, ma perché milioni di attori continuano a considerarlo utile e affidabile. Questo è forse il punto più interessante. Gli Stati Uniti sono potenti perché hanno sovrapposto molti vantaggi diversi: una geografia favorevole, un mercato continentale, risorse, una popolazione numerosa, capacità industriale, istituzioni relativamente stabili nel lungo periodo, immigrazione, tecnologia, finanza, marina e alleanze. Nessuno di questi elementi, preso da solo, spiega il risultato. Insieme formano una rete di vantaggi che si rafforzano reciprocamente.
Nel prossimo capitolo guarderemo quasi l’immagine inversa. Un paese altrettanto gigantesco, ricchissimo di risorse e capace di produrre enorme potenza militare, ma la cui storia strategica è stata segnata da una sensazione ricorrente di vulnerabilità. Dove gli Stati Uniti hanno oceani, la Russia ha per lunghi tratti pianure. Dove l’America ha potuto espandersi fino a consolidare frontiere relativamente sicure, la Russia ha costruito per secoli la propria sicurezza spingendo il controllo sempre più lontano dal cuore politico. La domanda, però, resterà la stessa: quanto di questa storia è scritto nella geografia e quanto nasce dalle scelte degli uomini che la osservano?