Capitolo 19 · Parte 04
Perché improvvisamente tutti vogliono una nazione?
Stampa, scuola, lingua, eserciti e nazionalismo.
Stampa, alfabetizzazione, burocrazia, scuola e leva militare permettono a milioni di persone di immaginarsi parte dello stesso ‘noi’, trasformando profondamente la politica europea e mondiale.

Nel 1780 un contadino della Bretagna, uno della Provenza e un abitante di Parigi vivono tutti sotto il re di Francia, ma potrebbero parlare varianti linguistiche molto diverse, usare misure differenti e avere un rapporto con lo stato sorprendentemente debole rispetto a quello di un cittadino moderno. Un secolo e mezzo più tardi, lo stato francese insegna a milioni di bambini la stessa lingua standard, li registra, li tassa, li arruola e racconta loro una storia nazionale comune. Che cosa è successo? La nazione non è semplicemente “un popolo che esiste da sempre”. Alcune comunità possiedono memorie, lingue e identità molto antiche, ma lo stato-nazione moderno è il risultato di una trasformazione politica relativamente recente. Stampa, scuola, burocrazia, eserciti di massa e industrializzazione rendono possibile costruire una comunità politica molto più uniforme di quelle precedenti.
La Rivoluzione francese cambia chi possiede lo stato
Prima della Rivoluzione francese, la legittimità politica europea era fortemente dinastica: un territorio apparteneva a un sovrano per diritto ereditario, conquista o trattato. Le persone erano sudditi. La rivoluzione introduce con forza l’idea che la sovranità appartenga alla nazione e ai cittadini. Non è la nascita assoluta del concetto, ma è una svolta. Lo stato non viene più presentato soltanto come proprietà del re; diventa espressione di un popolo. Questo cambia la guerra. Se combatti per il tuo re, l’esercito può essere relativamente professionale e limitato. Se la nazione è in pericolo, puoi mobilitare masse molto più grandi. La levée en masse rivoluzionaria francese del 1793 è un simbolo di questa trasformazione: la guerra diventa affare della popolazione. Napoleone porterà queste nuove energie politiche e militari in gran parte dell’Europa, conquistando territori ma anche diffondendo istituzioni e, paradossalmente, stimolando nazionalismi contrari alla dominazione francese.
Un bambino che frequenta una scuola nazionale impara molto più di matematica. Impara una lingua standard, una geografia politica, una storia, simboli, feste e spesso un canone di eroi nazionali. Nell’Ottocento, l’espansione dell’istruzione pubblica in Europa contribuisce a ridurre la distanza culturale tra regioni. Dialetti e lingue locali non scompaiono, ma lo stato nazionale acquista un potente strumento di uniformazione. La scuola rende possibile anche una burocrazia più efficiente: cittadini alfabetizzati comprendono moduli, giornali e ordini; soldati leggono istruzioni; operai lavorano in industrie più complesse. Stampa e giornali fanno il resto. Milioni di persone leggono le stesse notizie e discutono gli stessi eventi nello stesso giorno. Non si conoscono, ma vivono dentro la stessa conversazione.
L’unificazione italiana è un esempio utile proprio perché mostra che la nazione non compare già pronta. Nel 1861 nasce il Regno d’Italia unendo territori con storie politiche, amministrazioni e varianti linguistiche molto diverse. Figure come Cavour, Garibaldi, Mazzini e Vittorio Emanuele II rappresentano strategie e idee differenti, ma l’unificazione non chiude il problema: comincia il lungo processo di costruzione di uno stato nazionale. La frase “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”, tradizionalmente associata a Massimo d’Azeglio anche se la formulazione esatta è discussa, coglie bene la questione. Disegnare un confine è più veloce che creare un’identità comune. Scuola, leva militare, infrastrutture e amministrazione contribuiranno nel tempo a integrare il paese. Ma differenze regionali e linguistiche resteranno fortissime.
Germania: un mercato prima di uno stato
Anche l’unificazione tedesca mostra un intreccio tra economia e politica. Per gran parte dell’Ottocento l’area di lingua tedesca è divisa in molti stati. L’unione doganale, lo Zollverein, riduce barriere commerciali tra molti di essi e crea una crescente integrazione economica sotto influenza prussiana. Otto von Bismarck usa diplomazia e guerre contro Danimarca, Austria e Francia per costruire l’unificazione politica guidata dalla Prussia, culminata nella proclamazione dell’Impero tedesco nel 1871. La Germania unificata è industriale, popolosa e situata nel cuore dell’Europa. La sua comparsa cambia radicalmente l’equilibrio di potenza. È un esempio perfetto di come nazionalismo e geopolitica si alimentino: un’identità politica crea uno stato più grande, e quello stato modifica la sicurezza di tutti i vicini. Se l’idea nazionale rafforza Francia, Italia o Germania, può destabilizzare imperi multietnici come quello asburgico, ottomano e russo.
Che cosa succede quando diversi gruppi dentro lo stesso impero cominciano a chiedere autonomia o indipendenza in nome della nazione? I Balcani dell’Ottocento e inizio Novecento diventano un laboratorio pericoloso di questa tensione. Grecia, Serbia, Romania, Bulgaria e altri stati emergono in processi complessi che coinvolgono nazionalismi locali, declino ottomano e intervento delle grandi potenze. Le identità non sono mai perfettamente separate sul territorio: città e campagne possono essere etnicamente e linguisticamente miste. Disegnare uno “stato nazionale” significa quindi spesso decidere chi resta minoranza dall’altra parte di una linea. Qui nasce uno dei problemi che ci accompagneranno nel XX secolo: la mappa delle identità non coincide mai perfettamente con la mappa dei confini.
Il nazionalismo può essere un movimento di emancipazione. Popoli sotto imperi stranieri lo usano per chiedere autogoverno, rappresentanza e indipendenza. Ma può anche diventare esclusivo e aggressivo: se lo stato appartiene alla “nostra” nazione, che cosa succede a chi è considerato estraneo? Nel XIX e XX secolo nazionalismi diversi alimentano discriminazioni, espulsioni e violenze. La stessa idea che permette a milioni di sconosciuti di sentirsi solidali può trasformare altri milioni in outsider. Questa ambivalenza è fondamentale. Non ha senso dire semplicemente che il nazionalismo “è buono” o “è cattivo”. È una tecnologia politica potentissima per creare appartenenza. Il risultato dipende da come viene definito il “noi”.
Anche i colonizzati imparano il linguaggio nazionale
Le potenze europee diffondono amministrazioni, scuole e idee politiche nei propri imperi coloniali, ma non possono controllare il modo in cui quelle idee vengono usate. Studenti indiani, vietnamiti, africani e arabi leggono concetti europei di libertà, sovranità e nazione e li rivolgono contro gli imperi. Se i francesi hanno diritto alla nazione, perché non i vietnamiti? Se gli italiani hanno unificato la propria penisola, perché un popolo colonizzato non dovrebbe governarsi da solo? Il nazionalismo diventa così anche il linguaggio della decolonizzazione. L’impero esporta involontariamente una parte dell’ideologia che contribuirà a distruggerlo. Alla fine dell’Ottocento, l’Europa è popolata da stati nazionali più capaci di mobilitare cittadini, industrie e eserciti. Nello stesso periodo le potenze competono per colonie e influenza globale. Germania, Francia, Gran Bretagna, Russia, Austria-Ungheria e Italia cercano sicurezza e prestigio in un sistema sempre più teso.
Il nazionalismo non è l’unica causa della Prima guerra mondiale, ma rende le rivalità più emotive e le mobilitazioni più grandi. Gli stati possono chiedere sacrifici enormi a cittadini convinti di difendere la patria. Prima di arrivare alla guerra, però, c’è un ultimo passaggio: il momento in cui le potenze industriali si dividono territori in Africa e Asia con un’aggressività nuova. Le stesse ferrovie, medicine e armi che hanno compresso lo spazio rendono più facile conquistare e amministrare regioni lontane.
Germania: economia, guerra e identità
Austria-Ungheria, Impero ottomano e Impero russo contengono molte comunità linguistiche e religiose. Il principio nazionale mette pressione su questi sistemi: se ogni «nazione» deve avere il proprio stato, perché cechi, polacchi, serbi o altri dovrebbero accettare il governo di una dinastia imperiale? Ma il nazionalismo non è sempre liberazione. Può anche giustificare espansione: se persone che considero parte della «mia» nazione vivono oltre il confine, posso sostenere che quel territorio dovrebbe appartenermi. Può definire cittadini di serie A e minoranze sospette. Può trasformare una lingua in prova di lealtà politica. Nelle colonie, intanto, le stesse idee nazionali verranno usate contro gli imperi europei. Leader in India, Vietnam, Africa e Medio Oriente prenderanno il linguaggio dell’autodeterminazione e lo rivolgeranno contro chi lo aveva applicato soprattutto in Europa. Il nazionalismo è quindi uno strumento senza proprietario fisso. Può unire, liberare, escludere e conquistare. L’industria cambiò la scala — e il costo umano fu enorme.
Se avessi fermato un contadino europeo del 1400 e gli avessi chiesto “qual è la tua nazionalità?”, probabilmente non avresti ottenuto la risposta ordinata che ci aspettiamo oggi. Poteva identificarsi con un villaggio, una regione, un signore, una religione, una città o una dinastia. Parlava magari un dialetto che un abitante di un’altra parte dello stesso regno capiva a fatica. Il re governava territori nei quali vivevano comunità con lingue e consuetudini diverse, e questo non sembrava necessariamente un problema da risolvere. Lo stato-nazione moderno cambia l’aspettativa. Idealmente, un territorio, un popolo, una lingua politica e una sovranità dovrebbero coincidere. Nella realtà non coincidono quasi mai perfettamente, ed è proprio questa distanza fra ideale e mondo reale a produrre una quantità enorme di conflitto.
La Rivoluzione francese fu un’accelerazione decisiva. La sovranità non veniva più presentata soltanto come proprietà dinastica del re; la “nazione” diventava fonte di legittimità. La mobilitazione di massa e la leva collegavano il cittadino allo stato in modo nuovo. Combattere non era più soltanto servizio del sovrano: poteva essere presentato come difesa della patria.
La scuola costruisce una nazione ogni mattina
Una nazione moderna non vive soltanto nei discorsi politici. Vive nella ripetizione quotidiana. Scuole che insegnano una lingua standard, libri di storia che selezionano una memoria comune, mappe appese alle pareti, festività, inni, esercito, burocrazia e giornali fanno sì che milioni di persone immaginino di appartenere allo stesso gruppo. Questo processo può sembrare naturale quando lo osserviamo dopo generazioni. In Italia, al momento dell’unificazione, la lingua italiana standard non era la lingua quotidiana della maggioranza della popolazione; dialetti e altre lingue erano dominanti. La scuola, il servizio militare, la mobilità, i media e l’amministrazione contribuirono nel tempo a diffondere una lingua nazionale comune. La famosa frase attribuita a Massimo d’Azeglio — “Fatta l’Italia, bisogna fare gli Italiani” — è probabilmente una rielaborazione successiva e non va trattata come citazione sicura, ma riassume bene il problema politico percepito: creare lo stato non significa automaticamente creare un’identità condivisa.
La Germania seguì un altro percorso, con l’unificazione sotto leadership prussiana e le guerre di Bismarck negli anni 1860-70. Anche qui lingua e cultura comuni non bastavano: esistevano stati, dinastie, religioni e interessi regionali diversi. Il nazionalismo può quindi essere sia un movimento culturale che una strategia di costruzione statale. Il principio di autodeterminazione sembra semplice finché non chiedi dove finisce un popolo e ne comincia un altro. In molte regioni dell’Europa centrale e orientale, popolazioni con lingue e religioni differenti vivevano mescolate. Imperi come quello asburgico e quello ottomano governavano mosaici di comunità. Disegnare uno stato “nazionale” richiedeva inevitabilmente decidere che cosa fare delle minoranze rimaste dalla parte sbagliata della nuova frontiera.
Qui il nazionalismo mostra il suo doppio volto. Può mobilitare popolazioni contro un impero e creare istituzioni rappresentative; può anche trasformare vicini in stranieri, produrre politiche di assimilazione e, nei casi più estremi, espulsioni e violenza etnica. Non è corretto trattarlo né come semplice progresso verso la democrazia né come malattia che produce automaticamente guerra. È una tecnologia politica potentissima per creare un “noi”, e proprio per questo può definire anche un “loro”. L’espansione della stampa e dell’alfabetizzazione amplifica il processo. Giornali e libri permettono a persone lontane di leggere le stesse notizie e discutere gli stessi eventi. La ferrovia porta individui e idee attraverso il territorio; il telegrafo crea una conversazione politica nazionale più rapida. Ancora una volta tecnologia e identità si incontrano.
Uno stato che chiede ai cittadini tasse elevate, scuola obbligatoria e servizio militare ha bisogno di una relazione più profonda di quella fra suddito e monarca distante. Il nazionalismo fornisce una risposta: il sacrificio non è per il re, ma per “noi”. Questa capacità di mobilitazione aiuta a spiegare la scala spaventosa delle guerre del XX secolo. Milioni di uomini possono essere richiamati alle armi e intere economie possono essere organizzate per il conflitto perché lo stato dispone non soltanto di burocrazia, ma di un’identità di massa. Il paradosso è che il nazionalismo cresce nello stesso periodo in cui economia e tecnologia rendono il mondo più interdipendente. Le nazioni si definiscono come comunità sovrane proprio mentre ferrovie, commercio e finanza le collegano sempre di più. È una tensione che non abbiamo mai veramente risolto: vogliamo controllare politicamente il nostro destino entro confini, ma dipendiamo materialmente da reti che attraversano quei confini.
La nazione deve essere insegnata prima di sembrare naturale
Oggi è facile immaginare che una lingua nazionale, una bandiera e una storia condivisa siano sempre esistite nella stessa forma. Nell’Ottocento, invece, molti stati europei contenevano popolazioni che parlavano dialetti o lingue diverse e avevano legami quotidiani soprattutto con villaggio, regione, religione o dinastia. L’italiano standard, per esempio, era molto meno diffuso nella vita quotidiana rispetto a oggi; dopo l’unificazione politica, scuola, servizio militare, amministrazione, migrazioni interne e mezzi di comunicazione contribuirono nel tempo a renderlo una lingua davvero nazionale. La scuola ebbe un ruolo gigantesco. Non insegnava soltanto a leggere e scrivere: insegnava mappe, date, eroi, festività e un racconto del passato in cui milioni di persone potevano riconoscersi come membri della stessa comunità. Benedict Anderson ha descritto la nazione come una «comunità immaginata», espressione che viene talvolta fraintesa come se significasse «finta». Al contrario: una comunità immaginata può essere potentissima. Tu non incontrerai mai la maggior parte dei tuoi concittadini, eppure puoi considerarli parte dello stesso «noi», pagare tasse per servizi che useranno loro e, nei momenti estremi, rischiare la vita in una guerra combattuta in nome di quel gruppo.
La stampa e poi i giornali aiutarono a costruire questo spazio mentale. Persone lontane leggevano le stesse notizie nella stessa lingua e imparavano a pensare agli avvenimenti come parti di un’unica storia nazionale. Ferrovie e telegrafi, incontrati nel capitolo precedente, fecero il resto: ridussero le distanze pratiche tra province e permisero allo stato di essere presente con più continuità. Il nazionalismo moderno non nasce quindi soltanto da un sentimento spontaneo. Ha bisogno di istituzioni che rendano quotidiana l’appartenenza. Questo non significa che le identità siano inventate a piacimento da governi onnipotenti. I costruttori delle nazioni utilizzano lingue, religioni, memorie e simboli preesistenti; alcuni progetti nazionali falliscono proprio perché non riescono a convincere abbastanza persone. E individui diversi possono sentirsi contemporaneamente siciliani, italiani, europei, cattolici, musulmani, baschi, britannici o appartenenti a molte altre comunità senza che una identità cancelli automaticamente le altre. Il potere politico nasce quando una di queste appartenenze diventa abbastanza forte da definire chi dovrebbe governare un territorio.
Da qui arriva anche il lato oscuro. Se la nazione è «noi», chi non corrisponde alla lingua, religione o origine considerata autentica rischia di diventare «loro». Nel XIX e XX secolo nazionalismo e autodeterminazione contribuirono a liberare popoli da imperi, ma alimentarono anche espulsioni, assimilazioni forzate e violenza. La stessa idea che permette a una comunità dominata di chiedere indipendenza può essere usata da una maggioranza per negare piena appartenenza a una minoranza. È questa ambivalenza che renderà il nazionalismo una forza così potente nelle guerre e nel ridisegno della mappa moderna.